venerdì 10 gennaio 2014

UNA CITTA' DI PAZZI NOSTALGICI


Con una percentuale di giovani senza lavoro oramai al di sopra del 40%, lo spettro della disoccupazione pare qualcosa di più di una semplice entità ‘fantasmatica’ in Italia. Anzi, questo acquista sempre maggiore consistenza quanto più la notizia rimbalza da un telegiornale all’altro, da ricerca statistica a ricerca statistica, da quotidiano a quotidiano.

Eppure esiste un luogo in questa zoppa e scalcinata Europa in cui il sogno utopico di una comunità dove nessuno è privato della possibilità di lavorare è divenuto realtà. Un luogo in cui il tasso di disoccupazione è allo 0%, e questo proprio alla faccia di quella “curva di Phillips” che non solo teorizza una relazione inversa tra inflazione e livello di occupazione (ad un decremento del saggio dei prezzi è associato un aumento della disoccupazione) ma in aggiunta postula un cosiddetto livello “naturale” di disoccupazione, al di sotto del quale il sistema non è in grado di dirigersi (cioè, qualcuno a braccia conserte ci deve stare per forza). A questo punto molti lettori penseranno che questa sorta di Eden può trovarsi solo in chissà quale ricca nazione scandinava o essere ubicato magari in un deserto mediorientale stracolmo di petrolio fino all’inverosimile.
In realtà non è proprio così. Anzi, la cittadina di cui stiamo parlando si trova nel cuore di una delle regioni del vecchio continente più colpite dalla crisi, precisamente in Andalusia, Spagna, a 100 chilometri da Siviglia. Il suo nome è Marinaleda, comunità rurale di circa 2700 abitanti dove il concetto di “piena occupazione” non è più soltanto un sogno nel cassetto di qualche convinto sindacalista o di un nostalgico politicante di sinistra.

In questo piccolo comune, sulla cui bandiera tricolore svetta l’eloquente scritta “Marinaleda: una utopia verso la pace”, un sindaco visionario di nome Juan Manuel Sanchez Gordillo è riuscito nel giro di 30 anni a costruire un sistema economico-sociale capace di garantire la sussistenza dell’intera cittadina e di fronteggiare la profonda crisi di questi ultimi anni. Qui si producono e conservano una grande varietà di ortaggi quali legumi, carciofi, peperoni. Tale produzione agricola poi, non solo raggiunge le tavole di tutta la penisola Iberica ma riesce persino a varcare l’oceano Atlantico, fino a toccare il lontano Venezuela.

Volendo scendere un po’ più nel dettaglio per comprendere quali sono i “numeri” di tale progetto, basti pensare che la disoccupazione è allo 0% contro una media nazionale del 30%. Non vi è inoltre alcuna differenza tra i redditi percepiti a Marinaleda qualunque sia la mansione svolta: 47 euro al giorno escludendo la domenica. E se un’annata è particolarmente magra per le imprese agricole della comunità, si lavora meno ma si lavora tutti. I politici non percepiscono alcun rimborso e la loro attività è ripagata solamente dalla soddisfazione di agire per il bene della propria comunità (uguale ai nostri no?!). Ancora, andare in piscina tutta l’estate a Marinaleda è possibile con soli 3 euro e la mensa scolastica ha un costo più che simbolico: 12 euro al mese. Ed ora arriva il “piatto forte”. A Marinaleda è possibile costruirsi una casa di circa 90 metri quadri anticipando solamente 15 euro. L’abitazione un miraggio nel deserto per tanti, troppi oggigiorno? Non in questa comunità andalusa. Basta mettere a disposizione la propria forza lavoro e non si è costretti a pagare mutui con interessi salatissimi: il denaro è dato in prestito dal governo andaluso a tasso zero.

Può dunque Marinaleda essere considerata una concreta alternativa al sistema di matrice neoliberista oggi predominante che in questi anni ha mostrato tutta la sua fragilità e iniquità nella distribuzione di ricchezze e sofferenze tra la popolazione mondiale? Basta davvero affermare che è giunto il momento di “porre l’uomo al centro delle idee e dei progetti, invece del profitto dei pochi a danno dei molti” per cambiare concretamente le cose?

Se qualche lettore è interessato all’opinione del sottoscritto si faccia pure avanti e commenti l’articolo.

Se vi dicessi però che il concetto di bene e male, di ciò che è giusto fare e giusto non fare, è molto più labile ed effimero di quello che al senso comune può spesso sembrare?

Maste

giovedì 9 gennaio 2014

WAH-WAH - George Harrison



Per molti l'unico ex Beatles a fare dei capolavori dopo lo scioglimento del gruppo è stato John Lennon. Ma non tutti hanno ascoltato "All Things Must Pass" di George Harrison (1971), vera perla del rock psichedelico. Un album continuamente attraversato dalle rivelazioni religiose fatte da Harrison durante la sua vita( e già introdotte, anche se timidamente, con i Fab Four) e, specialmente, un album fatto di scarti. Quegli scarti che non erano mai stati inseriti negli album dei Beatles, rifiutati da John e Paul, che comandavano l'intera società degli "scarafaggi". E che scarti. Un vero è proprio contenitore di piccoli capolavori, a partire da "Isn't it a Pity" per passare da "My sweet Lord" (ormai un classico) e dalla traccia che da il titolo all'album. Il tutto, perfettamente confezionato dal genio di Phil Spector (forse il più grande produttore della storia del rock) e dal suo "Wall Of Sound". La nostra scelta va su "Wah Wah", forse perchè rappresenta più delle altre la vera anima da chitarrista del compianto George. Come dice il titolo dell'album, con il tempo tutte le cose devono passare, tranne fortunatamente, i veri capolavori, la vera arte che riesce ad emozionare, questa arte. Film consigliato: George Harrison: Living in the material World.

Mi.Di

martedì 7 gennaio 2014

UN VIAGGIO ACCIDENTATO


E' il mio turno, non posso più tornare indietro, ora o mai più.
E' il momento della verità, e il professore lo sa.
“Venga Borghini...si sieda”.
Io mi siedo e lo scruto con sguardo da cane impaurito.
Ha gli occhi da predatore in attesa di sbranare la preda.
“Vedo che è il suo ultimo esame. Vedo anche che è fuori corso di un anno e mezzo. Come mai ha impiegato tutto questo tempo? Studente lavoratore?”.
“Avevo delle cose da risolvere”.
Il professore si alza e accende il proiettore, sullo schermo appare un teatro antico.
Dietro di me non c'è nessuno, siamo solo io e lui.
“In che periodo ci troviamo?”.
“Siamo nell'età romana” rispondo prontamente.
“No, si sbaglia, guardi più attentamente”.
Io rimango perplesso, la mia risposta è giusta ma a lui non va bene.
“Teatro di Tito, Anfiteatro Flavio, età romana, 80 d.c. né un anno di più né uno di meno”.
“Si sbaglia Borghini, la verità risale a molto tempo prima”.
Non capisco bene cosa vogliano dire quelle parole, ma una cosa è certa; non può essere un teatro greco e su questo non ci piove.
“Non si limiti ad usare gli occhi. Se ha bisogno di tempo si alzi e vada pure a guardare da vicino”.
Seguo il suo consiglio, mi avvicino al telo. Spalanco gli occhi, ma davanti a me vedo sempre il teatro di Tito.
Improvvisamente una mano mi spinge, scivolo dentro il telo.
Mi giro e intorno a me vedo il teatro di Tito. Dall'altra parte c'è il professore che mi guarda.
Da osservatore sono diventato osservato.
“E' riuscito a capire ora Borghini?”.
Ma capire cosa? So solo che mi trovo intrappolato in questa diapositiva sfocata. Non so come, ma ci sono finito dentro.
“Aspetti Borghini, ora la raggiungo”.
Il professore si tuffa verso di me.
E' passato, ce l'ha fatta.
“Ora anche lui è intrappolato in questa diapositiva del cazzo. Ben gli sta” penso con un briciolo di cattiveria.
“Andiamo Borghini, mi segua, ora le mostrerò la verità riguardo al teatro”.
Mi giro ma il teatro non c'è più. E' scomparso.
Al suo posto c'è un'enorme vasca d'acqua.
Il professore senza battere ciglio si butta completamente vestito.
“Venga Borghini mi segua”.
Io sono un po' titubante. Dal centro della vasca si erge un palo che arriva su fino in cielo.
Ai lati spuntano delle cabine simili a quelle delle giostre panoramiche.
Il professore è già lì bello comodo su una di esse. Mi fa cenno con la mano di seguirlo.
Non ci penso due volte. Prendo la rincorsa e mi tuffo di getto.
Dopo alcune bracciate arrivo davanti al palo.
“Come faccio ad arrivare lassù?” chiedo guardando il professore.
“Te fallo. Fallo e basta”
Non mi sembra una risposta molto logica per un professore.
Mi rimbocco le maniche e inizio a scalare quel maledetto palo.
Dopo aver sputato litri di sudore, finalmente raggiungo la cabina.
Mi siedo accanto al professore e lo guardo in attesa di qualcosa.
“E' riuscito a capire adesso?”.
Lo dice come se fosse tutto chiaro, ma niente è più incasinato di questa situazione assurda.
“Sarò franco. Non ho capito un bel niente”.
“Male Borghini, male. Pensavo, che dopo tutto questo, avesse capito” mi dice scuotendo la testa.
“Ma capito cosa?” mi domando, con una gran voglia di dargli un bel ceffone su quella faccia sorridente, ma non lo faccio; improvvisamente dentro di me si inerpica una sensazione strana, inizio quasi a voler bene a quel professore che fino a poco tempo prima appariva ai miei occhi come un predatore affamato.
“Evidentemente non sei ancora pronto. Hai bisogno di un piccolo aiuto” mi dice passandomi degli occhiali davvero ridicoli, perfino peggio di quelli usati per vedere i film in 3d.
Mi sento scemo con quegli occhiali e mi vergogno anche un po', ma tanto siamo solo io e lui.
Non appena messi gli occhiali tutto si dissolve.
Improvvisamente rimango solo. Il mio Virgilio in questo viaggio assurdo è come scomparso.
Sono in una specie di caverna rossa.
Fa freddo, forse perché sono ancora bagnato, forse perché sono rimasto da solo, forse perché è il momento della verità.
Mi addentro nella caverna, sempre con quegli orrendi occhiali da sole.
Sono diventati parte di me, ormai.
Vado avanti e noto che ai lati della caverna ci sono piccoli schermi che trasmettono qualcosa.
Mi avvicino al primo, lo guardo e non c'è niente. Una malinconia improvvisa mi assale lentamente.
Sono scosso, ma non so il perché.
Davanti a me solo uno schermo bianco.
Decido di andare avanti, di farmi forza.
“E' il momento della verità, non posso arrendermi ora” penso stringendo le spalle per il freddo.
Arrivo allo schermo successivo, lo guardo con attenzione, ma vedo solo qualche immagine sfocata.
Sento una fitta allo stomaco, una lacrima mi scende da un occhio.
Asciugo la lacrima e inizio ad avere paura.
Non capisco perché, però ho davvero paura.
“E' il momento della verità. Non posso deludere il professore” penso proseguendo.
Arrivo davanti all'ultimo schermo.
Metto le mani davanti agli occhi creando un piccolo spiraglio per poter guardare, ma sono sinceramente spaventato.
So che guardando questo ultimo schermo potrei perdere tutto, potrei rimanere vittima di me stesso, potrei deludere le aspettative del professore, potrei deludere le aspettative dei miei familiari, ma potrei arrivare anche alla verità.
Scosto le mani e guardo spavaldo, non curante di quello che mi potrebbe succedere.
Scoppio in pianto, tremo, rido, urlo; è un calderone di sensazioni.
Finalmente capisco.
Su questi schermi sono rappresentate tutte le mie paure.
E' il duro confronto con la realtà e con me stesso, non posso fuggire in eterno.
Affronto tutto questo da solo.
“Grazie professore per avermi indicato la via, ora posso camminare con le mie gambe”.
Mi sveglio, guardo l'orologio, 6 in punto.
Ho un leggero mal di testa ma mi sento più forte.

Elle Bi

lunedì 6 gennaio 2014

PHILOMENA - Stephen Frears


Irlanda, anni Sessanta. La giovane Philomena Lee, data in affidamento alle suore del Sacro Cuore, trascorre le proprie giornate presso il convento costretta a scandire il giorno secondo l’assioma benedettino Ora et Labora alle dipendenze di sorelle il cui modo di gestire la vita delle giovani ragazze richiama alla mente, con una similitudine certo un po’ forzata, i gulag staliniani. Siamo nei Sessanta (del ventesimo secolo attenzione) ma pare di essere ancora nel Medioevo.

Da una relazione avuta con un ragazzo conosciuto ad una fiera, Philomena, che vive il suo primo rapporto sessuale, resta incinta di un bambino che nascerà presso il convento e che le verrà portato via dalle suore poiché nato illegittimamente e nel peccato (proprio così nel peccato). Il figlio sarà cresciuto dalle suore lontano dall’amore della madre a cui sarà concesso di vederlo un’ora al giorno dopo il lavoro. Tutto questo in attesa che il figlio venga dato in adozione.

Cinquant’anni dopo Philomena Lee (interpretata da una magnifica Judi Dench, che riesce a dare un’incredibile naturalezza al suo personaggio) è una donna anziana che ha avuto un’altra figlia, e che ha passato tutta la vita senza rivelare a nessuno l’esistenza del figlio convinta com’era dall’alto della sua formazione basata sui dogmi cattolici di doversi vergognare del peccato commesso. Tuttavia l’amore per il figlio mai dimenticato e il fortissimo desiderio materno di rivederlo, sapere se sta bene e soprattutto sapere se ha mai rivolto un pensiero a sua madre la spinge a riferire alla figlia l’intera storia. Casualmente poi avverrà l’incontro con il giornalista inglese Martin Sixsmith (Steve Coogan, anche sceneggiatore) che l’aiuterà nella ricerca del figlio impegnandosi poi a pubblicare l’intera vicenda. Dalle ricerche svolte dal giornalista verrà fuori che il figlio è stato adottato da una facoltosa famiglia americana nel quadro di un programma di finanziamento del convento (come a dire dalle indulgenze ai bambini tutto fa brodo), che lavora per il governo degli Stati Uniti, che è omosessuale e ..

L’intento principale di Frears non è tanto quello di confezionare un film di denuncia, quanto piuttosto raccontare una storia d’amore: l’amore di una madre per il proprio figlio, amore che va al di là di ogni ingiustizia o sopruso e che condurrà Philomena, all’epilogo del film, a compiere il gesto più difficile ovvero perdonare coloro che le hanno fatto tanto male.

Diccì

sabato 4 gennaio 2014

RITRATTO DI STRADA - Elle Bi



Un ragazzo davanti all'immensità della Val d'Orcia. Scattata a Radicofani.

venerdì 3 gennaio 2014

UN 2013 TUTT'ALTRO CHE TIEPIDO


Sedevo alla scrivania della mia mansarda e, per la prima volta percepivo l'inizio dell’inverno. La finestra appannata, il ticchettio della pioggia, il golf di lana grossa. Il grigiore invernale mi abbracciava. Cercavo l’ispirazione per scrivere il pezzo per la mia rubrica nonostante pranzi, cene e drink di troppo avessero appesantito il mio cervello e prosciugato il pozzo delle idee. Durante la cena di capodanno, connotata da un menù con un climax ascendente di temperature, mi ero preso il goliardico impegno di scrivere utilizzando due parole spesso ripetute durante l’intero pasto: erano i due vocaboli ‘tiepido’ e ‘scottato’. Non sapevo se ero vittima di qualche sortilegio, ma l’unica cosa che avevo in testa, aldilà di pensieri vaghi o idee troppo complesse per essere esplorate in una rubrica da meno di mille parole, erano i succitati aggettivi. Mi ero fregato con le mie mani! Decisi di provare lo stesso...

Il 2013 è stato un anno per niente tiepido. Una serie di eventi scottanti hanno contribuito a rendere la temperatura dell’anno appena salutato indubbiamente alta. Ne voglio citare alcuni, in ordine sparso, giusto per riportare alla mente l’effettiva intensità dell’anno passato. Diversi grandi ci hanno lasciato: Lou Reed, Nelson Mandela, Hugo Chavez, Margherita Hack, Giulio Andreotti, Margaret Tatcher e Silvio Berlusconi. Ah no! Sull’ultimo mi sono sbagliato. E’ morto solo politicamente e poi insomma, non era un grande. Se ne sono andati anche Enzo Jannacci e Franco Il Califfo Califano. La casa reale inglese ha messo al mondo un ‘Erede al trono’. Il vecchio Papa, Benedetto XVI – sì, quello che aveva avuto relazioni con le SS tedesche, ricordate? – ha dato le dimissioni e dopo un conclave più corto del solito, l’intraprendente e dinamico Francesco ha preso il suo posto aprendo una nuova era della chiesa. Ci son state diverse ammissioni, liberalizzazioni e innovazioni. L’Uruguay, ha legalizzato la marijuana a livello statale con lo scopo di combattere la guerra al narcotraffico, divenendo così il primo stato ad attuare una politica di questo tipo (accendendo i riflettori sul suo progressismo e guadagnandosi il titolo di ‘Stato dell’anno’ da parte del ‘The Economist’). La Francia ha legalizzato i matrimoni gay, dimostrando tutto il suo progressismo. Nonostante le violente (calde o scottanti?) manifestazioni tenutesi durante la fase di approvazione della legge, il disegno ha ricevuto il benestare delle camere francesi che l’hanno ratificato. Il presidente Obama è stato rieletto per il secondo mandato alla Casa Bianca e Giorgio Napolitano nuovamente designato come presidente della Repubblica italiana nonostante i suoi quasi 90 anni…”

Mi fermai per dare qualche boccata ad una sigaretta. Rilessi quanto avevo scritto. Non c’ero proprio. Il flow mancava, e quel tentativo di, per così dire, attenermi all’impegno (piuttosto una costrizione) stilistico preso goliardicamente non stava funzionando: quanto battuto sullo schermo non emanava nessuna sfumatura di calore, era solo un freddo e piatto susseguirsi di lettere. "Forse per intiepidire maggiormente l’animo dei lettori avrei dovuto menzionare i frammenti di meteorite cascati in Russia o l’attacco terroristico durante la maratona di Boston? O forse, avrei dovuto citare le tensioni avvenute tra USA e Korea del Nord? Snowden e il datagate? Beh sono tutti argomenti scottanti ma probabilmente avrei anche dovuto parlare di Assad e dell’utilizzo delle armi chimiche in Syria o muovere una critica al fatto che il premio Nobel per l’economia è stato piuttosto un ‘premio Nobel per la finanza’. Il dramma nelle Filippine? La rivolta contro il regime in Turchia? E quella in Egitto? Cazzo la Concordia! Mi sono scordato la Concordia…”

Niente, ero ancora vuoto. Rilessi tutto, fumai un’altra sigaretta, accartocciai il foglio e lo gettai dietro le mie spalle. Poi tutto d’un tratto mi sembrò d’avere afferrato l’argomento giusto! Tutto questo pensare a temperature e scale di calore aveva rievocato delle immagini viste di recente di grandi iceberg che si staccano minacciosamente dall’Antartide. Sì! L’argomento poteva andare. Iniziai nuovamente a battere sui tasti. “Lo scorso novembre un comitato di esperti ha rilasciato la quinta valutazione sullo stato del clima. Il resoconto riporta notizie tutt’altro che positive. Il cosiddetto ‘climate change’ è un processo irreversibile in atto che può essere contenuto ma non annullato. E’ probabilmente la più grande sfida che l’uomo ha di fronte, se si considera che un innalzamento consistente delle temperature metterebbe (in una cinquantina di anni) a serio repentaglio la specie umana. Infatti, l’innalzamento dei mari, il diffondersi di malattie legate al calore e l’aumento di siccità, unite con la prevista crescita della popolazione, determineranno uno scenario alquanto catastrofico (scottante?!) che può essere cambiato solo tramite politiche lungimiranti di sviluppo e drastici cambiamenti di mentalità. Un tentativo di coordinare il problema a livello globale fu fatto con il Protocollo di Kyoto, sebbene il risultato sia stato alquanto tiepido…’

Che noia! Fumo ancora una sigaretta, mentre fisso lo schermo. Riprendo a scrivere.
“……………………………………”.
Niente. Getto la spugna e chiamo L., l’editore, per dirgli che non avrei fatto la mia rubrica o che, quantomeno, non avrei onorato la scommessa fatta. Prima che io dica qualsiasi cosa mi dice “Oh, T. ho delle news scottanti,…”. Smetto di ascoltarlo. Mi guardo allo specchio con un sorriso asettico, né caldo né freddo, tiepido insomma, e penso, “mai più farsi prendere in trappola da scommesse goliardiche”.

Buon anno a tutti i lettori!

IT

giovedì 2 gennaio 2014

THIS IS HOW WE WALK ON THE MOON - Arthur Russell



Arthur Russell ci trasporta negli anni ottanta con la sua semplicità estremamente complicata, tra violoncelli e synth cosmici. La sua è un avanguardia minimale, intima ed ermetica, malinconica quanto è il suo ricordo, piccolo genio passato ingiustamente inosservato. E "This Is How We Walk On The Moon" è il suo capolavoro, una ballata commovente e straniante, superba nei suoi cori fantasmagorici. Bella e onirica come una passeggiata sulla luna.

Testo

Each step is moving, it's moving me up
moving, it's moving me up
Every step is moving me up
moving me up, moving, moving me up
Every step is
moving me up
One tiny, tiny,
tiny move
It's all I need
And I jump over
Every step is moving me up

This is how we walk on the moon
This is how we walk on the moon

Every step is moving me up
I'm so far away
One moment there
Moving me up
Every step is moving me up
One moment there
One tiny, tiny move
It's all I need and I jump over


Mi.Di