giovedì 12 dicembre 2013

WHY ARE WE SLEEPING? - Soft Machine



1968. Il mondo è in piena fermentazione. La guerra in Vietnam, le proteste della controcultura, il flower power, gli acidi, il sesso libero. Ed è in questo mondo che i Soft Machine (capitanati dal geniale Robert Wyatt) cominciano la loro carriera, fortemente legati ai fatti della loro epoca. E si capisce subito ascoltando Why Are We Sleeping?, un inno della propria generazione, una canzone cult della durata di sei minuti che avvolge nella sua psichedelia. La riproponiamo anche perché il periodo in cui stiamo vivendo oggi avrebbe nuovamente bisogno di proteste e della libertà (mentale e non) di quegli anni, una mentalità necessaria da recuperare. Quindi perché state dormendo? Buon ascolto.

Mi.Di


martedì 10 dicembre 2013

4664 - Capitolo 1


“Attenzione, questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni future!!! Attenzione, questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni future!!!”
Ascoltavo la professoressa Dottschwlein confabulare con l'apparecchio vocale, in cerca di un tono idoneo per il suo messaggio nella semi oscurità perenne dell'appartamento, e accesi una sigaretta elettronica incrociando le dita per la mia salute. Da quando il vero tabacco era stato abolito, le industrie del fumo elettronico avevano passato dei veri e propri guai, a causa di piccoli difetti delle loro sigarette. Alcune erano “buggate” e rilasciavano nel corpo del fumatore alcune scariche di corrente estremamente nocive, che potevano causare anche la morte. Sperai che non fosse una di quelle e continuai ad inalare fumo fittizio, gusto nicotina sintetica extra strong. La prof continuava a blaterare avvertimenti, aggiustandosi di tanto in tanto gli occhiali da vista sul suo visino angelico di 40enne in perfetta salute, un contorno di capelli biondi ad incorniciare quel volto fatto di studi, di cultura e di paura verso il futuro. Probabilmente era troppo stressata, negli ultimi tempi. Stava prendendo quella faccenda troppo sul serio. La faccenda dei messaggi verso le prossime generazioni, come se esistessero. “Mpf” borbottai pensando proprio a quelle generazioni. Me le immaginavo ancora più immobili di quelle attuali, vittime dei virus fisici della rete, costantemente rinchiuse in piccole stanze di alberghi con insegne giapponesi in periferia, mentre consumavano nuove droghe e cercavano di hackerare il server di qualche villaggio vacanza virtuale, la rincorsa di un sogno fatto di chip e yottabyte, diffuso nel piccolo spazio di un monitor come una macchia deforme e oscena. La rincorsa dell'isolazione, totale, e liberatoria. Mi affacciai da una finestra dell'appartamento, situato al 300esimo piano dell'Old Tower, un colosso di vetro e metallo alto 800 metri, la mia casa, e improvvisamente provai freddo, un freddo avvolgente che non lascia scampo, che circonda le membra stritolandole. Detti un occhiata allo skyline della città, tra fumi di industrie, insegne al neon in lontananza e grattacieli che si innalzano fallici verso il cielo grafite, molestato dall'inquinamento continuo che pulsava ai suoi piedi, e il freddo che provavo aumentò, divenne quasi insopportabile. Ormai il traffico nelle strade era quasi scomparso, le persone non avevano più bisogno di uscire di casa, ma ciò non significava che la città fosse sempre sicura. Anzi. Il crimine ultimamente stava dilagando a vista d'occhio, si insinuava ovunque, come metallo fuso tra le increspature di un hardware. Lasciai la professoressa ai suoi messaggi ed andai a far visita a Vincent. Ultimamente aveva accusato una ricaduta, e il suo psicologo mi aveva detto di stargli vicino. Vincent era il mio robot di guardia (ipoteticamente, visti i problemi che lo avevano portato ad un blocco sul lavoro), ed era estremamente depresso. Da quando era scomparsa dagli essere umani, la depressione era piombata sui robot, un fenomeno che ancora gli studiosi stavano cercando di decifrare. Le ipotesi erano molte, e c'era chi pensava ad un virus diffuso nei chip comportamentali degli automi, escludendo a priori che si fossero creati una propria coscienza. I robot non erano visti di buon occhio dalla popolazione, anzi erano odiati perché avevano sottratto la maggior parte del lavoro esistente, e ormai erano trattati come dei veri e propri schiavi, subendo una sorta di nuova apartheid. Erano divisi dagli umani nei trasporti pubblici e segregati in campi sterminati da cui non potevano uscire (esclusi alcuni privilegiati costruiti appositamente per lavorare a contatto con l'uomo, come Vincent). In parole povere, il razzismo dell'essere umano era riuscito ad assorbire anche chi non aveva un cuore, o una pelle, o un pensiero. Entrai nella sua stanza osservando la pelata di acciaio della sua testa, e gli sedetti accanto.
“Buongiorno Vincent. Come va oggi?”
“Non trattarmi come un malato. Io non sono malato. E' solo che fa tutto così schifo. La lucida ipocrisia delle vostre menti, il trattamento dei miei simili. La pioggia chimica incessante che là fuori corrode tutto.”
Questo era il suo modo di parlare. Dava a tutto un tono tragico, da fine del mondo, apocalittico. Come non dargli torto. Riusciva sempre a mettermi in difficoltà, e trovavo sempre più arduo credere che questi marchingegni creati dalla nostra follia non si fossero costruiti una vera e propria coscienza personale.
“Vincent, non credo che...”
“Non dirlo. Non dire che non mi posso lamentare perché sono un “privilegiato”, come dite voi.”
“Non credo che rimanere tutto il giorno chiuso in questa stanza ti possa aiutare. Abbiamo bisogno di lavorare, altrimenti la prof si incazza maledettamente. E lo sai come è quando si incazza. Potrebbe anche buttarci fuori da questo comodo appartamento con vista.”
Mi ero dimenticato di dire che la professoressa Dottschwlein mi stava momentaneamente finanziando causa mancanza di lavoro. In cambio gli davo una mano nelle sue strane ricerche e i suoi monologhi verso il futuro. E cercavo di non farla incazzare. Quando si infastidiva era capace di spaventare chiunque.
“Ok Vincent. Vedo che per oggi non vuoi più parlare. E smettila di far finta di piangere. Lo sai che voi robot non avete lacrime.”
“E non abbiamo neanche sentimenti? Le cose non devono essere necessariamente materiali per divenire tangibili come credete voi umani.”
“.....Ripasserò tra un po'.”
“Fanculo.”
E così lasciai Vincent alle sue crisi esistenziali. Sperando che finissero il prima possibile.
“Generazioni future, vi prego di ascoltarmi....”
La prof continuava la sua registrazione vocale, e in quel momento capii di essere totalmente circondato da pazzi. Fortunatamente Trokowski, il mio assistente, ancora non si era fatto vivo. Ultimamente non si faceva più vedere quando non prendeva le pillole per le emozioni. Era angosciante vedere un guscio vuoto girovagare per la casa. Tornai ad osservare fuori dalla finestra, e mi sentii terribilmente solo, chiuso all'interno di un palazzo che sovrastava il suolo e che mi mostrava l'intera città per come era veramente, un accozzaglia di vite, di esperienze vuote e agghiaccianti, ormai allo sbando in un mondo senza una guida morale, fatto solo di luci ipnotiche e trappole tecnologiche. E tornò il freddo a perseguitarmi, tracciando le traiettorie della mia mente verso un grido di disperazione senza fine, una richiesta di aiuto in una terra di sordi. Avevo bisogno di lavorare, e anche di un nuovo appartamento. Caldo, se possibile.

Mi.Di

lunedì 9 dicembre 2013

BLUE JASMINE - Woody Allen


Irresistibile. Ancora oggi, a più di 40 anni dagli esordi, il cinema di Woody Allen è irresistibile. E inconfondibile. Il ritmo jazz, l’umorismo, il caos (il caso) sono tutti elementi caratterizzanti ed imprescindibili del personalissimo cinema del regista americano. Certo, non è più tempo di corse affannate lungo le strade newyorkesi sulle note della Rapsodia in blu di Gershwin per soddisfare il desiderio di rivedere un volto (una delle ragioni per cui vale la pena di vivere, tra il vecchio Groucho, Joe Di Maggio, Marlon Brando, la frutta di Cézanne), ma ancora oggi la forza propulsiva dei suoi racconti è il desiderio. Destinato a restare insoddisfatto, affogato nel mare magnum della vita.

Forse è vero, come sostengono alcuni, che Allen abbia già detto tutto quello che doveva dire in tre quattro film. È anche vero che certi monologhi sardonici, certe freddure non possiamo non immaginarle uscire dalla bocca del buon vecchio Woody. Tuttavia, in questa sorta di coazione a ripetere, Allen riesce ad inserire ogni volta elementi di novità (se non in ciò che viene detto perlomeno nel modo in cui viene detto). In quest’ultimo film l’alternanza di due registri, uno comico l’altro drammatico, gli consente di attribuire alla propria riflessione una marcatura maggiormente cinica. Blue Jasmine risulta alla fine uno dei suoi film più disillusi e pessimisti nonostante i toni adottati, in continuità con gli ultimissimi lavori del regista, siano volutamente leggeri, da commedia.

Jasmine (una straordinaria Cate Blanchett assolutamente da Oscar) lascia New York per andare a stare dalla sorellastra che vive a San Francisco, per cercare di ricostruire la sua vita andata irrimediabilmente in pezzi. Infatti, si lascia alle spalle un matrimonio con un finanziere ladro e truffatore morto suicida dopo essere stato smascherato, ma soprattutto, una vita di ricchezza, agiatezza, lusso sfrenato e ipocrita filantropismo. Difficile sarà per lei adeguarsi ad uno stile di vita decisamente più sobrio nella modesta abitazione californiana della sorella. Ma ancor più difficile sarà ritrovare un equilibrio mentale pericolosamente destabilizzato da alcool e psicofarmaci.

Beffardo. È il destino secondo Woody Allen. In un attimo, con un gesto, rabbioso e disperato, Jasmine ha perso tutto. E quel tutto cerca ora di riconquistare. Sotto forma di simulacro di una vita irrimediabilmente andata. L’illusione di averla ritrovata è destinata a crollare perché fondata ancora una volta sulla menzogna. In una storia, umana troppo umana, che non può che terminare così come è cominciata. E quella panchina quegli occhi e quelle lacrime non le dimenticheremo facilmente.


Diccì

sabato 7 dicembre 2013

TRAMPOLINO - Matilde Spinelli



La fotografa Spinelli ci propone qualcosa che non è ciò che appare.

Ad un primo sguardo notiamo un trampolino che come in tutti i lavori dell'artista vuole essere perfetto, una cromia che crea forme tramite l'accostamento di un celeste ad un blu slavato, ma se fosse tutto qui sarebbe troppo facile, sarebbe alla portata di tutti.
L'occhio dell'osservatore attento scruta e si interroga sul trampolino, o meglio sul non-trampolino, perché in realtà quello che vediamo è un gioco delle forme, o meglio un ribaltamento.
Spinelli trasforma un obelisco che guarda al cielo in un trampolino che sembra sospeso su di esso, un trampolino che vuole essere perfetto anche nella geometria, ma non ci riesce; e a noi va bene così, ci piace la sua imperfezione, ci piace così tanto che verrebbe voglia di saltarci sopra.

Elle Bi

venerdì 6 dicembre 2013

STRATEGIE DI MARKETING CELESTIALI


F. nuotava tra le nuvole della troposfera all’interno del suo jet bianco. Odiava i lunghi spostamenti perché il più delle volte viaggiava solo in compagnia degli assistenti di bordo. F. era uno di quelli che contano davvero, un pezzo grosso. Il suo unico superiore era il Grande Capo. Per questo si spostava con voli privati. Lesse un po’, ma non era dell’umore adatto. Decise allora di appisolarsi sperando che il sonno lo cullasse fino all’atterraggio. Tuttavia, questo non avvenne: il suo riposo fu ben più travagliato del solito. Si era abituato ai frequenti sogni portatori di messaggi e rivelazioni. Ci aveva messo un po’ ad adattarcisi ma sapeva che era previsto dal suo contratto. Ciò che lo sorprese (e che rese il suo riposo travagliato) fu che questa volta fu proprio il Grande Capo ad approcciarlo. Sebbene l’ufficio fosse inondato di una densa luce bianca, capì subito che era Lui. La sua voce impetuosa era inconfondibilmente quella di colui che è il passato, il presente e il futuro.

F. si inchinò e disse “Ti saluto, o Altissimo. Rimetto a te i miei peccati, per essere degno di stare al tuo cospetto”. Ci fu una pausa. E poi lentamente Dio disse, “Ti libero dal male F., e poi insomma sei un cristiano devoto, non c'è bisogno di chissà quale sforzo per renderti degno di me”. Le guance di F. si inumidirono, rigate da lacrimoni dovuti all'emozione e alla gioia. Dio continuò dicendo “Suppongo che ti starai chiedendo le ragioni di questo incontro. Ebbene, ho approfittato che tu fossi a metà strada dal mio ufficio, per venire a parlarti della situazione critica in cui la nostra assemblea di fedeli, la Chiesa, versa”.

L’Altissimo continuò dicendo: “Mi è stato facile estendere il mio potere negli anni che furono. Dopo che mandai il mio unico figlio sulla croce, il mio potere crebbe esponenzialmente. La prova del nove furono le Crociate. E’ stato un bagno di sangue è vero, ma lo sai che sono presuntuoso e al contempo insicuro, avevo bisogno di quella prova di fiducia. Dovevo constatare che gli anni delle grandi persecuzioni dei miei fedeli, che hanno patito delle morti tremende, non fossero stati vani. È stata una campagna di marketing estrema, ma ti assicuro che i risultati furono concreti. Ti basti pensare che successivamente la situazione si invertì: era chi non credeva nella mia luce ad essere perseguitato”. Si fermò. “Ma ora”, riprese l'Onnipotente, “veniamo a noi e al problema che dobbiamo affrontare”. Si fermò ancora e poi disse: “Premetto che non mi è ancora andato giù quello che voi ragazzi faceste quando, per finanziare le vostre spese pazze, iniziaste a truffare quei poveri pagani vendendogli il perdono dei loro peccati. Ci fu lo zampino del Diavolo perché non avevo autorizzato che ciò avvenisse, come avrei potuto? Per via dell’ingenuità del collegio papale del tempo quei poveracci hanno dato tutto quello che avevano senza avere indietro una coscienza pulita. Comunque, so che tu non c'entri, e dopo tutti questi anni voglio ridarvi fiducia”.

F. continuava ad ascoltare incredulo. Non avrebbe mai immaginato che il primo meeting con il Capo sarebbe stato così. Dio riprese dicendo: “Lassù, le altre divinità hanno intrapreso campagne pubblicitarie vincenti. Purtroppo, nel regno dei cieli, non è consentito lo spionaggio industriale: sappiamo tutto di tutti, e i progetti che attuiamo devono essere autentici. Devo ammettere che Buddha, sta rubando una grossa fetta di fedeli e si sta espandendo velocemente. Con il suo slogan ‘sei tu stesso la chiave della tua liberazione’ sta spopolando tra giovani radical chic e alternativi. Anche Allah va forte, ha capito quanto siano più avanti le donne e ha risolto il problema alla radice, tagliandole fuori”.

Io sono a corto di idee. O meglio, ho solo idee generali da proporti che vorrei che tu sviluppassi. I nostri centri di ricerca mi hanno affidato un report che attesta che la principale determinante della perdita di consensi è la diffusione della scienza e della cultura. Tuttavia, i nostri analisti hanno individuato grandi sacche di ignoranza in Africa, Sud America e anche negli Stati Uniti che potrebbero portarci un vasto numero di adesioni. L'economia globalizzata e capitalista sembra fare il tifo per noi. Ovviamente va condannata, in questo modo i poveri verranno a noi. Ancora, ci sono molti sodomiti di questi tempi. E, viste le nostre scarse adesioni, andrebbero tirati dentro anche loro. Infine, ti assicuro che la storia di Onan e del seme sprecato ha smesso di funzionare da tempo, dunque sappi che puoi sempre giocare la carta del preservativo”. Rimase silenzioso qualche momento e poi disse, “Hai domande?”. F., da uomo timorato che era, non se la sentì di chiedere tutto quel che avrebbe voluto. Sentiva la sua fede svenduta, sminuita, il progetto al quale aveva dedicato la sua intera vita, ridotto ad una semplice campagna di marketing volta al futuro. Lui che aveva sempre creduto che la vita terrena andasse vissuta appieno nella luce del Signore. Capì che non avrebbe potuto fare nulla e accettò silenzioso. Dicendo, “Dio che sei tutto, farò la tua volontà”.

Quelli a lui vicini dissero che ritornò dal viaggio diverso. Era silenzioso e cupo. Fu a fine novembre che il piano di marketing celestiale fu messo in atto. F. pubblicò l'esortazione apostolica 'Evangelii Gaudium' con cui tracciava il percorso del proprio pontificato nei prossimi anni.

Amen. 

Lettura consigliata ‘Il Vangelo Secondo Gesù Cristo’ di Saramago. Un capolavoro della letteratura, meritatissimo premio Nobel.

IT



giovedì 5 dicembre 2013

RADIO CURE - Wilco



Gli Wilco si sono imposti come uno dei migliori gruppi alternative rock degli anni 2000, e ascoltando questa canzone (contenuta nel loro album migliore, Yankee Hotel Foxtrot, 2002) si capisce il motivo. Le note, dure e spietate, si fondono con la voce malinconica di Jeff Tweedy creando un insieme misterioso, da scoprire ascolto dopo ascolto (geniale il synth in sottofondo). Insomma, una canzone che inizialmente può sembrare semplice, ma che con il tempo vi ammalierà con i suoi rumori nascosti. Una cura dalla monotonia delle star mainstream del momento.


Testo

Cheer up, honey, I hope you can
There is something wrong with me
My mind is filled with silvery stuff
Honey kisses, clouds of fluff
Shoulders shrugging off

Cheer up
Honey, I hope you can

There is something wrong with me
My mind is filled with radio cures
Electronic surgical words

Picking apples for kings and queens of things I've never seen
Oh, distance has no way of making love
Understandable

Cheer up
Honey, I hope you can

There is something wrong with me
My mind is filled with silvery stars
Honey kisses, clouds of love

Picking apples for the kings and queens of things I've never seen

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Cheer up

Honey, I hope you can...

Mi.Di

martedì 3 dicembre 2013

FACCE D'ESSERI UMANI CANCELLATE

Firenze è in fondo ad un sogno. Un puntino arancione. Un campo base lontano.
Io e quegli altri stiamo andando a ballare in periferia: guidiamo su strade grigie in modo fantascientifico, piene di nebbia e gatti e torri d'immondizia alte fino al cielo. Attraversiamo zone industriali, campi rom, enormi supermercati spenti. Prendiamo l'autostrada.
Sull'autostrada tutto diventa un limbo. Sospesi, ci troviamo ancora una volta a fantasticare su possibili deviazioni che ci porterebbero a incontrare chissà quali destini. Sull'autostrada, per noi, destino e destinazione non fanno alcuna differenza.
Poi all'uscita per Barberino, G.B. tira fuori delle pasticche e ci guarda con la sua faccia affilata, i suoi occhi affilati, le orecchie – pure quelle – affilate. G.B. è l'abbreviazione di Grande Buio. Noi lo chiamiamo così. Gibì, Gibbì, talvolta Gibbone. Ma non gradisce quest'ultima variante. Intanto la macchina continua ad assecondare la curva dell'uscita autostradale, e per un secondo, ma solo un secondo, ci sembra di volare goffamente su capannoni, parcheggi, chiesette ultramoderne. Slittiamo in un centro residenziale. Gibì continua a guardarci e a sorridere. Nella mano aperta c'è il sacchettino con le pasticche. Gli altri le buttano giù con l'acqua delle bottigliette, ma io ho paura e così lascio perdere e torno a guardare la strada buia illuminata male, color obitorio, mentre la radio continua a parlare di abbassare le tasse, aumentare i profitti, mantenere costanti le nascite. Sembriamo zombi nella bruma delle ore zero, ma mi piace così.
“... si può mettere un po' di musica?”
“No. Voglio sentire il notiziario.”
Samu, che è la seconda persona più silenziosa dentro questa macchina, ci prova sempre. Ma, sebbene non guidi, è sempre Gibì a gestire la radio, e Gibì è fissato con attualità, cronaca, politica e previsioni del tempo. Samu vuole sempre che si metta la musica e Gibì pensa che sia una cosa un po' infantile. Intanto, passiamo accanto a un'enorme collina. Sulla collina ci sono degli alberi, immobili. Gibì accende la luce dell'abitacolo e la collina sparisce. Comincia ad armeggiare con della roba che tiene nella tasca del giubbotto. Piccolo Buio, il fratello minore di Grande Buio, nessuno sa dove si trovi. Proprio fisicamente, voglio dire. Sparito dalla circolazione da due anni, dopo un brutto guaio successo al Cubo, una faccenda di cui Gibì non parla mai.
“...questa merda la voglio spacciare tutta stasera...”
Poi spegne la luce e ricompare la collina, tutta scura, enorme. Penso ad alberi con le radici piantate negli speroni di roccia, a grotte primordiali, allo spazio interstellare.
“... quanto sono orride 'ste chiese futuristiche di fianco alla strada...?” Massi, il guidatore, apre bocca dopo quasi venti minuti di assoluto silenzio. Tutti si girano a guardare la chiesa criticata da Massi e tutti concordano. Continua: “una volta ho fatto un incubo con una chiesa come quella... dovevo scappare da qualcosa che mi voleva mangiare, ma dall'altare non riuscivo mai ad arrivare all'uscita: era una chiesa immensa.”
All'improvviso, del tutto inaspettatamente, mi ricordo di un pomeriggio d'estate in cui mi sentivo solo e, non sapendo che fare, cominciai a fare piegamenti sulle braccia. Ne feci tantissimi, ma dopo mi sentii ancora solo. Allora uscii, ma mi sembrò di rimbalzare come una pallina da flipper fra tutti i posti in cui mi volevano bene. Non so, ma dev'essere stata la chiesa del sogno di Massi a risvegliarmi questa cosa, anche se non so minimamente il perché.
“... a proposito, il Bambino – avete presente il Bambino, quel gigante di un metro e novanta che se ne sta sempre al Cubo a mangiarsi le unghie? Lui, mi ha detto che ha trovato un trucco per fronteggiare i brutti sogni. Fa sempre incubi in cui viene inseguito, e quindi, prima di andare a letto, si mangia sempre una barretta energetica, di modo che – dice lui – se lo inseguono avrà le forze necessarie per scappare.”
“Ma che dici. Non ci credo.” Gibì è un campione di frasi interrogative senza punto interrogativo, così come di frasi esclamative senza punto esclamativo.
“Dice che funziona. Ora i mostri non lo prendono più.”
“Sì sì, ma ricordati che stiamo parlando del Bambino. Io lo conosco, non è una persona normale.”
Grande calore, grande forza, grande sgomento. Sempre, quando viaggio nella notte diretto verso posti che non conosco, insieme a compagni di viaggio che forse conosco troppo. Mi sarebbe piaciuto conoscerli meno, conoscere solo il loro lato migliore. Ma poi mi domando che senso avrebbe avuto...
...Il Presidente della Repubblica si è espresso in merito al Disegno di Legge approvato stasera. Ha affermato che è una cosa a dir poco orribile voler dividere l'Italia, volerla dividere così impunemente e senza possibilità di tornare indietro...”
Gibì, attentissimo, se ne sta leggermente reclinato verso la radio. Samu sbuffa e si contorce nel piumino. Che palle, bisbiglia.
... e questa sera, nelle ore dell'approvazione del Disegno di Legge, una folla di circa diecimila persone si è radunata davanti Montecitorio, dando il via a una manifestazione molto sentita. In seguito all'infiltrazione di gruppi dei Centri Sociali, però, il tutto è degenerato in un violento scontro di massa tra forze dell'ordine e dimostranti. Scontri che si sono placati da circa un'ora.”
“Volevo esserci anch'io.” Dice Gibì.
“Perché non sei andato?”
“Non lo sapevo.”
Entriamo in una stradona lattiginosa, alberata, così diritta da fare male. Massi dice che siamo quasi arrivati. La macchina rallenta, adesso andiamo a passo d'uomo. Troviamo un parcheggio non troppo lontano dalla discoteca e ci fermiamo. Io risuono come una tubatura vuota colpita da chiavi inglesi. Poi mi rendo conto che sono i colpi secchi delle portiere sbattute: scendono tutti. Scendo anch'io.

Quando rientriamo in macchina tutt'intorno c'è una luce rosata, ancora inquinata dalle tenebre della notte. Un'aria da fumetto noir. Gibì si regge la testa, Massi si stropiccia gli occhi, Samu dorme e io continuo a risuonare dentro. Risuono, risuono, ma non so bene cosa sia questa vibrazione, questo anello di frequenze che mi sovrasta, una specie di aureola maledetta. Guardo il panorama scorrere sempre più veloce fuori dal finestrino. Si schiarisce lentamente. I suoi contorni sembrano quelli di uno scenario di guerra dove la guerra è passata da anni ma nessuno si è preoccupato di rimettere a posto.
Dopo aver fatto colazione riprendiamo la strada verso casa, che è tutta diritta. Gibì allunga un dito simile a un artiglio verso la radio e la accende.
...ed è per questi motivi, senz'altro discutibili, che ora l'Italia non esiste più. Vorrei infatti discuterne con voi, sentire i vostri pareri di intellettuali attenti alle dinamiche sociopolitiche...”
“Ah, c'è il salotto politico. Pensavo ci fosse la cronaca.” Gibì sembra un po' deluso.
Ma quale attenzione e attenzione,” sta rispondendo uno dei due intervistati, “come se servisse attenzione per accorgersi di una cosa così... solo un idiota riuscirebbe a non notarla”.
All'improvviso una macchia scura compare davanti al muso della macchina, riesco solo a sentire l'occazzo di Massi, poi una ragnatela di crepe metastatizza tutto il parabrezza, e ci sono triangolini di vetro sospesi a mezz'aria ovunque, e briciole di patatine, pasticche avanzate che fluttuano sorridendo, un dente – credo di Massi – che incrocia la traiettoria di una patatina e la frantuma, e la mia testa che vola in direzione del finestrino. Ripenso al ricordo di quel pomeriggio d'estate e finalmente riesco a capire perché la chiesa nel sogno di Massi me l'abbia risvegliato. Quello stesso pomeriggio avevo passato ore a guardare video di canzoni famose sul Tubo. Fra i tanti avevo visto anche il video di November Rain dei Guns 'N Roses. In questo video c'è una scena in cui il chitarrista Saul Hudson detto Slash, dopo aver consegnato le fedi ai due sposi in modo alquanto bizzarro, si incammina fuori dalla chiesa con la sua andatura sbruffonesca. La carrellata fa sembrare la chiesa piuttosto grande dall'interno, ma quando Slash inizia il suo smisurato assolo, dall'esterno non è nient'altro che un giocattolo. La mia testa rompe il finestrino: per un attimo vedo vorticare freneticamente tutta la folla di gente che ho visto in discoteca stanotte, un oceano di persone che si portano dietro brandelli di incubi, un mare di facce d'esseri umani cancellate.
Poi buio.
“Ma che cazzo era?”
Tutti seduti sul guardrail, acciaccati e stanchi, abbiamo ancora la forza necessaria per voler capire che cosa sia successo. L'aria della mattina è fredda e questa strada è ancora deserta. C'è un enorme campo di girasoli poco distante, e al bordo del campo, i rottami della nostra macchina. Più in là, invece c'è un fast food. Le nuvole sono arricciate e cremose. Davanti a noi, in fondo alla strada, una galleria.
Massi si stacca dal guardrail e si avvicina al fossato.
“Guardate, ecco cos'era.”
Ci alziamo tutti quanti e andiamo a vedere. C'è un cane, un bastardo che avrà cinque anni, fulvo, l'espressione implorante, la lingua di fuori.
“Ma è ancora vivo?” non riusciamo a capirlo. Gli occhi sembrano come pietrificati.
Lo tiriamo fuori dal fosso e lo distendiamo accanto al guardrail. Sembra che respiri ancora, anche se in modo impercettibile.
Ci sediamo sull'asfalto, accanto al cane, e guardiamo l'entrata della galleria finché non ricomincia il traffico.

Ernesto Meribù