
“Attenzione,
questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni future!!!
Attenzione, questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni
future!!!”
Ascoltavo
la professoressa Dottschwlein confabulare con l'apparecchio vocale,
in cerca di un tono idoneo per il suo messaggio nella semi oscurità
perenne dell'appartamento, e accesi una sigaretta elettronica
incrociando le dita per la mia salute. Da quando il vero tabacco era
stato abolito, le industrie del fumo elettronico avevano passato dei
veri e propri guai, a causa di piccoli difetti delle loro sigarette.
Alcune erano “buggate” e rilasciavano nel corpo del fumatore
alcune scariche di corrente estremamente nocive, che potevano causare
anche la morte. Sperai che non fosse una di quelle e continuai ad
inalare fumo fittizio, gusto nicotina sintetica extra strong. La prof
continuava a blaterare avvertimenti, aggiustandosi di tanto in tanto
gli occhiali da vista sul suo visino angelico di 40enne in perfetta
salute, un contorno di capelli biondi ad incorniciare quel volto
fatto di studi, di cultura e di paura verso il futuro. Probabilmente
era troppo stressata, negli ultimi tempi. Stava prendendo quella
faccenda troppo sul serio. La faccenda dei messaggi verso le prossime
generazioni, come se esistessero. “Mpf” borbottai pensando
proprio a quelle generazioni. Me le immaginavo ancora più immobili
di quelle attuali, vittime dei virus fisici della rete, costantemente
rinchiuse in piccole stanze di alberghi con insegne giapponesi in
periferia, mentre consumavano nuove droghe e cercavano di hackerare
il server di qualche villaggio vacanza virtuale, la rincorsa di un
sogno fatto di chip e yottabyte, diffuso nel piccolo spazio di un
monitor come una macchia deforme e oscena. La rincorsa
dell'isolazione, totale, e liberatoria. Mi affacciai da una finestra
dell'appartamento, situato al 300esimo piano dell'Old Tower, un
colosso di vetro e metallo alto 800 metri, la mia casa, e
improvvisamente provai freddo, un freddo avvolgente che non lascia
scampo, che circonda le membra stritolandole. Detti un occhiata allo
skyline della città, tra fumi di industrie, insegne al neon in
lontananza e grattacieli che si innalzano fallici verso il cielo
grafite, molestato dall'inquinamento continuo che pulsava ai suoi
piedi, e il freddo che provavo aumentò, divenne quasi
insopportabile. Ormai il traffico nelle strade era quasi scomparso,
le persone non avevano più bisogno di uscire di casa, ma ciò non
significava che la città fosse sempre sicura. Anzi. Il crimine
ultimamente stava dilagando a vista d'occhio, si insinuava ovunque,
come metallo fuso tra le increspature di un hardware. Lasciai la
professoressa ai suoi messaggi ed andai a far visita a Vincent.
Ultimamente aveva accusato una ricaduta, e il suo psicologo mi aveva
detto di stargli vicino. Vincent era il mio robot di guardia
(ipoteticamente, visti i problemi che lo avevano portato ad un blocco
sul lavoro), ed era estremamente depresso. Da quando era scomparsa
dagli essere umani, la depressione era piombata sui robot, un
fenomeno che ancora gli studiosi stavano cercando di decifrare. Le
ipotesi erano molte, e c'era chi pensava ad un virus diffuso nei chip
comportamentali degli automi, escludendo a priori che si fossero
creati una propria coscienza. I robot non erano visti di buon occhio
dalla popolazione, anzi erano odiati perché avevano sottratto la
maggior parte del lavoro esistente, e ormai erano trattati come dei
veri e propri schiavi, subendo una sorta di nuova apartheid. Erano
divisi dagli umani nei trasporti pubblici e segregati in campi
sterminati da cui non potevano uscire (esclusi alcuni privilegiati
costruiti appositamente per lavorare a contatto con l'uomo, come
Vincent). In parole povere, il razzismo dell'essere umano era
riuscito ad assorbire anche chi non aveva un cuore, o una pelle, o un
pensiero. Entrai nella sua stanza osservando la pelata di acciaio
della sua testa, e gli sedetti accanto.
“Buongiorno
Vincent. Come va oggi?”
“Non
trattarmi come un malato. Io non sono malato. E' solo che fa tutto
così schifo. La lucida ipocrisia delle vostre menti, il trattamento
dei miei simili. La pioggia chimica incessante che là fuori corrode
tutto.”
Questo
era il suo modo di parlare. Dava a tutto un tono tragico, da fine del
mondo, apocalittico. Come non dargli torto. Riusciva sempre a
mettermi in difficoltà, e trovavo sempre più arduo credere che
questi marchingegni creati dalla nostra follia non si fossero
costruiti una vera e propria coscienza personale.
“Vincent,
non credo che...”
“Non
dirlo. Non dire che non mi posso lamentare perché sono un
“privilegiato”, come dite voi.”
“Non
credo che rimanere tutto il giorno chiuso in questa stanza ti possa
aiutare. Abbiamo bisogno di lavorare, altrimenti la prof si incazza
maledettamente. E lo sai come è quando si incazza. Potrebbe anche
buttarci fuori da questo comodo appartamento con vista.”
Mi
ero dimenticato di dire che la professoressa Dottschwlein mi stava
momentaneamente finanziando causa mancanza di lavoro. In cambio gli
davo una mano nelle sue strane ricerche e i suoi monologhi verso il
futuro. E cercavo di non farla incazzare. Quando si infastidiva era
capace di spaventare chiunque.
“Ok
Vincent. Vedo che per oggi non vuoi più parlare. E smettila di far
finta di piangere. Lo sai che voi robot non avete lacrime.”
“E
non abbiamo neanche sentimenti? Le cose non devono essere
necessariamente materiali per divenire tangibili come credete voi
umani.”
“.....Ripasserò
tra un po'.”
“Fanculo.”
E
così lasciai Vincent alle sue crisi esistenziali. Sperando che
finissero il prima possibile.
“Generazioni
future, vi prego di ascoltarmi....”
La
prof continuava la sua registrazione vocale, e in quel momento capii
di essere totalmente circondato da pazzi. Fortunatamente Trokowski,
il mio assistente, ancora non si era fatto vivo. Ultimamente non si
faceva più vedere quando non prendeva le pillole per le emozioni.
Era angosciante vedere un guscio vuoto girovagare per la casa. Tornai
ad osservare fuori dalla finestra, e mi sentii terribilmente solo,
chiuso all'interno di un palazzo che sovrastava il suolo e che mi
mostrava l'intera città per come era veramente, un accozzaglia di
vite, di esperienze vuote e agghiaccianti, ormai allo sbando in un
mondo senza una guida morale, fatto solo di luci ipnotiche e trappole
tecnologiche. E tornò il freddo a perseguitarmi, tracciando le
traiettorie della mia mente verso un grido di disperazione senza
fine, una richiesta di aiuto in una terra di sordi. Avevo bisogno di
lavorare, e anche di un nuovo appartamento. Caldo, se possibile.
Mi.Di
Mi.Di


















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