venerdì 15 novembre 2013

"NOTIZIA DAL FUTURO?! LONDONIA XX/XX/XXXX"


Londonia XX/XX/XXXX

Non è una lettera, non è un racconto, non vi sarà niente di romanzato, esagerato, poetizzato. Parole semplici, sincere, familiari. Solo questo potrà essere trovato; solo questo potrà essere letto. E nient’altro. Provate la sensazione di vuoto.
PS: ho cambiato dei nomi qua e là, tanto per divertirmi.
L’editore del Financial World, Lionel Barberry interviene ad una lezione aperta al pubblico presso la Londonia School of Economics dal titolo Can and should the Europaniazone survive?. La stanza ove questa è tenuta è gremita di gente, le aspettative nei confronti di un ospite di tale calibro sono decisamente alte. In effetti, sin dalle prime parole, le attese non vengono minimamente tradite. Acuto, brillante, dotato di quell’ironia londonica sottile, sottesa, e mai volgare, ispira il suo pubblico a guisa di un brillante oratore e mantiene la qualità dell’intervento sempre a livelli non facilmente imitabili da persone poco abili di lingua. L’ora e mezzo di durata dell’incontro scorre rapida, e gli argomenti toccati sono molteplici nonostante il filo conduttore sia uno, l’Europania e il suo futuro. Ma non c’è Etallia. Di rado fa capolino tra le labbra del giornalista, e ancor più di rado tra quelle di coloro che tengono ancor più viva la lezione con domande e approfondimenti.
Ma è principalmente nel modo in cui si conclude l’incontro che non c’è Etallia. Almeno per il sottoscritto.
Ci racconti la storia del suo incontro ad Aroma col presidente T. (ho volutamente modificato l’iniziale del vero nome ma voi metteteci chi vi pare. Fa davvero così differenza? Si veda a tal proposito il precedente articolo del sottoscritto dal titolo “Intervista col professor C.” e la lista degli ‘onorevoli’ condannati o sotto processo dell’attuale legislatura Etalliana)”.
Questa la domanda finale di un ragazzo alemano. Ed è proprio tale ridicola storiella a terminare l’intervento del famoso editore. E quest’accenno fatto alla ridicola storiella è ciò che termina anche il mio articolo (dai forza, provate ad immaginare un attimo, lavorate un po’ di fantasia. Non è difficile capire di cosa si sia trattato. Vi do un piccolo aiuto riportandone l’inizio. “Durante una calda serata aromana, mi trovavo in una splendida villa del centro storico…”).

Etallia
61.473.166
Popolazione
€ 2.078.329.334.351
Debito pubblico etalliano

1.910.347.000.000                          PIL

9°                                                        Economia mondiale per PIL nominale

3°                                                        Economia dell’Europa continentale

261.423.740.707
Soldi evasi al fisco quest'anno
€ 207.205.811
Costo del Quirinale quest'anno
€ 928.578.828
Costo della Camera dei deputati quest'anno
€ 74.747.985
Spese per l'uso di aerei di stato per i politici quest'anno
Maste

giovedì 14 novembre 2013

COLD WIND - Arcade Fire

                                                             


Beh, cosa dire degli Arcade Fire? Credo che ormai tutti voi conosciate perfettamente il gruppo che, con i primi due album (Funeral del 2004 e Neon Bible del 2007), è arrivato ad essere probabilmente il massimo esponente della nuova ondata di indie rock proveniente dalla new wave degli anni 80. Ma i sette canadesi hanno qualcosa di nascosto da far scoprire, al di fuori degli album, e Cold Wind fa parte di quel qualcosa. Cold Wind è un piccolo fuori programma,  un fuori programma straordinario, direi essenziale nell'ascolto della loro discografia. E' una di quelle tracce che, una volta concluse, fa venire la voglia di mettere repeat, assorbendoci nel suo vento freddo. Inoltre, da sottolineare lo scopo della canzone: fare da colonna sonora per il telefilm capolavoro Six Feet Under. Quindi due consigli in uno: guardatevi Six Feet Under, cullati dalle note di questa straordinaria canzone.

Mi.Di

martedì 12 novembre 2013

LE STELLE


Le stelle erano sempre lì a guardarlo e lui non disdegnava quegli sguardi indiscreti, anzi, sembrava apprezzarli, li ricambiava fumando la sua quinta sigaretta affacciato alla terrazza.
Il fumo si alzava verso il cielo disperdendosi fra il mare dei suoi pensieri, amava guardare le stelle, amava il sapore del tabacco e sopratutto amava pensare davanti a quegli sguardi silenziosi che lo scrutavano dall'alto.
“Ah, le stelle!!! Se fossero tutti come le stelle...Chissà come sarebbe un mondo fatto di stelle?” si ripeteva di tanto in tanto.
Il suo divagare era una vera e propria fissazione, si perdeva nei meandri della mente di continuo, sognava vite impossibili dove amava donne esotiche rincorso da boia che volevano decapitarlo, sognava di essere il primo uomo sulla luna, sognava di correre una maratona devastante, sognava, sognava e sogn...
Aveva una fantasia che avrebbe fatto invidia ai migliori scrittori, poeti, cantautori, ma lui le storie voleva viverle non raccontarle, fremeva percorso da una smodata voglia di avventura, di gettarsi a capofitto in mille peripezie, con la sua edizione tascabile del Candido di Voltaire sempre stretta al petto.
“Ah, quante avventure ha vissuto Candido grazie al suo autore”.
Anche lui avrebbe voluto gettarsi nella mischia della vita, sporcarsi di fango il lembo della giacca, rotolare da un paese all'altro ma l'unica cosa che movimentava la sue giornate erano le divagazioni davanti alle timide stelle. Un'ora al giorno passata in compagnia di quelle amiche fidate a cui poteva confidare tutto, luccicanti di bellezza, una bellezza che per lui ormai il mondo aveva perso.
“Se fossero tutti come le stelle!”.
Si accese la sesta sigaretta e guardò il fumo scivolare via sopra la sua testa, involarsi verso quelle stelle che tanto amava, anzi, improvvisamente fu quasi dispiaciuto che quel fumo nocivo avrebbe prima o poi raggiunto le sue compagne celesti.
Pensava che sarebbe stato davvero bello poter essere sincero anche con i suoi amici, ma loro non lo capivano, lo denigravano, dicevano che era un po' lunatico, che si perdeva in discorsi senza senso, che parlava sempre di viaggi avventurosi, di sentieri selvaggi, del giro del mondo in ottanta secondi, delle principesse esotiche, di essere stato al polo nord.
Nessuno gli credeva, ma lui li guardava sempre disincantato, quasi fosse lui l'incredulo davanti a tanta ostinazione; sapeva di essere stato in tutti quei posti, era sicuro di aver vissuto tutti quei viaggi, ma nessuno gli credeva. Tutti gli davano del bugiardo, lo insultavano dicendogli che non aveva coraggio, il coraggio di affrontare la realtà, la società, mamma e papà, ma lui continuava a non capire; non capiva come mai tutte le signore fossero sempre così buone con lui, sorridenti, accondiscendenti, con caramelle sempre pronte nel taschino.
Lui le ringraziava e non capiva, non capiva come mai gli riservassero tutta quella gentilezza: i ragazzi lo odiavano e le signore di una certa età lo amavano.
Non capiva, non capiva e non capiva.
Doveva capire perché piacesse così tanto a quelle vecchie signore, era quello il trucco, non appena svelato lo avrebbe potuto usare con i suoi coetanei, integrarsi, vivere quelle avventure che tanto fantasticava al fianco di schiere di amici.
Si scervellò molto davanti alle stelle cercando di capire il trucco misterioso.
“Tutto questo è un trucco, perfino la vita...solo le stelle non lo so. Eppure ci dev'essere il trucco”.
“Marco come va stasera? Stai un po' meglio? Prendi le medicine che ancora non hai preso” disse una delle tante signore in camice che gli voleva tanto bene.
“Grazie. Voi siete tanto buone con me. Grazie per tutte queste caramelle. Mi piacciono tanto. Ma il trucco dov'è?” chiese Marco ripensando alle stelle.

Elle Bi

lunedì 11 novembre 2013

GIOVENTù BRUCIATA - NIcholas Ray


Jimmy Dean, Jimmy Dean” così si intitola una pellicola uscita ventisette anni dopo la prematura morte del divo statunitense firmata da Robert Altman. E se un regista del calibro di Altman ha deciso di dedicare un suo film al culto quasi divinatorio che ha preso corpo dopo la scomparsa dell'attore... forse un valido motivo ci sarà.
James Dean compare sul grande schermo agli inizi degli anni Cinquanta, in piccoli ruoli di poca importanza prima del suo clamoroso debutto da protagonista ne “La valle dell'Eden” per il quale riceverà una nomination all'Oscar postuma quale miglior attore nel 1955.
La cosa singolare è che i tre film da lui interpretati da protagonista (La valle dell'Eden, Gioventù bruciata, Il gigante) sono stati prodotti tutti in poco più di un anno solare; questo, a dimostrare quanto lo star system puntasse sull'ancora sconosciuto Dean, la cui bravura, a parere di alcuni, è stata ingigantita dalla sua precoce morte.
Nonostante questi giudizi, nessuno può mettere in dubbio che James Dean sia stato un ottimo attore; la sua recitazione non è mai scontata in nessuno dei suoi film, ogni smorfia di dolore, ogni sorriso, ogni risata non è mai superflua.
Dopo l'esordio col maestro Elia Kazan, Dean dimostra di avere imparato molto sul set del suo primo film guadagnandosi di diritto il ruolo di protagonista in “Gioventù bruciata (Rebel without a cause)” di Nicholas Ray, altro grande del cinema.
Come recita il titolo originale, i ragazzi presenti nel film sono ribelli senza causa, combattono per affermare loro stessi, come individui, come uomini a cavallo tra l'adolescenza e la maturità, quella maturità che spaventa, a differenza dei giorni passati a scorrazzare per le strade o a schiacciare il piede sull'acceleratore per far schizzare una macchina giù da un dirupo.
Nelle prime scene le tre stelle del film si incontrano in una caserma. Jim Stark (James Dean) portato dentro per ubriachezza inscena una farsa tragicomica degna del suo grande talento, Judy (Natalie Wood), è fuggita di casa perché suo padre l'ha trattata male; infine il giovanissimo John (Sal Mineo) che vive con una governante di colore abbandonato dai genitori.
Jim li osserva, si muove inquieto ed offre la giacca a John con fare quasi paterno.
Quando i genitori di Jim arrivano al commissariato, lui, nonostante la grossa sbronza, cerca un dialogo con loro, ma si accorge che, come sempre, la distanza è incolmabile. Proprio per questo, l'unico che sembra capirlo è l'agente di polizia con il quale si confida in privato.
Il soprannome di John (Platone) indica un sentimento bloccato in partenza, un amore platonico per quel Jim che potrebbe incarnare la figura del padre che lo ha abbandonato, quel Jim che guarda con occhi di profonda ammirazione.
Natalie sembra apparire la classica sciocchina che corre dietro al capogruppo di turno, il violento Buzz che le ricorda il padre, anch'egli violento, verso il quale prova un sentimento morboso, ma poi capirà che Jim è quello giusto, quel ragazzo dolce e arrabbiato di cui ha bisogno.
Gioventù bruciata è lo spaccato di una generazione che sente la distanza dai propri padri (qui resi caricaturali all'inverosimile proprio per far capire l'incomunicabilità generazionale), il loro fiato sul collo, una generazione che arde di rabbia, distruggendo spesso quello che tocca; per questo il film ha un tono da tragedia greca, sembra sempre che stia per succedere l'inevitabile, la quiete prima della tempesta, quella tempesta che porterà ad un tragico epilogo.
Dean morì a ventiquattro anni in un incidente stradale, Sal Mineo fu assassinato a trentaquattro e Natalie Wood morì annegata a quarantatre; tutti morti prematuramente quasi come se aver girato Gioventù bruciata, aver segnato gli adolescenti di una generazione, essere riusciti a rimanere impressi nell'immaginario collettivo fosse stata una colpa, una condanna anzitempo. Quindi il consiglio è di guardare la versione originale di questo cult, seguendo le vicende di questi ragazzi che bruciano, bruciano proprio come noi.

Elle Bi

sabato 9 novembre 2013

RETICOLATO - Matilde Spinelli



Nuova fotografia (anch'essa presente nella mostra “Destrutturazione del soggetto”) della nostra fedelissima Matilde Spinelli.
Siamo a Parigi, la Defense, un luogo senza tempo o meglio dove il tempo sembra essersi fermato.
Un ambiente futuristico con palazzi enormi, vetri che rispecchiano la freddezza del progresso quasi a fare da contraltare alla bellezza ottocentesca di una delle città più magiche al mondo.
La fotografa ci indica la strada, ci mostra una perfezione geometrica delle linee che può essere tale solamente all'interno di uno scatto, di un click senza tempo proprio come quel luogo metafisico, piatto, magnetico e ipnotico...quindi il consiglio è di abbandonare tutte le convenzioni, i canoni prestabiliti dell'arte e lasciarci ipnotizzare da questo reticolato, da questa ragnatela di emozioni che ti assalgono come il ragno assale la preda.

Elle Bi

venerdì 8 novembre 2013

LA HAINE


Come ogni mattina faccio colazione mentre scorro annoiato i titoli del quotidiano online. Quando sto per chiudere la pagina e servirmi il caffè ormai pronto sul fuoco, una notizia cattura la mia attenzione. ‘Una squadra di terza categoria è scesa in campo con la faccia pitturata di nero. Il gesto è stato fatto per esprimere solidarietà ad un compagno di squadra di origini togolesi che, in seguito ad insulti discriminatori, aveva reagito guadagnandosi un cartellino rosso.’ Tra le tante voci che urlano al razzismo italiano, una notizia in controtendenza. Un ghigno si disegna sul mio volto e, senza nemmeno realizzare, volo con la mente da tutta un’altra parte.

Sono a Parigi. Il tempo incerto e le tinte scure dipingono la città con toni più boéhmien del solito. Siamo in un cafe, dietro al Pompidou. Qualche birra e molte sigarette. Fiumi di parole e discussioni intense, intervallate dal classico ‘Hey, guarda quella tipa!’. Alla chiusura del cafe non è ancora ora di andare a letto. Compriamo un whisky ad una ‘alimentation general’ e continuiamo a ingannare il tempo con i nostri discorsi, bagnati ora dal malto d’oro dell’alcolico. Finisce anche il whisky e arriva il momento delle grandi decisioni. Continuare la serata o rincasare? La procedura è standard. Da copione. Apri il portafogli, fai il check delle finanze e applichi la regola: ’sopra trenta euro si sta fuori, al di sotto è ora di rientrare’. E’ così che io e i ragazzi ci dividiamo, loro hanno più cash (o applicano la regola con una soglia più bassa), è giusto che facciano mattina inseguendo qualche fanciulla o, più poeticamente, i loro sogni. Osservo così le loro sagome sciogliersi nella nebbia mentre mi riparo sotto la pensilina dei bus notturni. Sono a Chatelet, snodo importante al cuore della città, in attesa del bus che mi porti dritto sotto le coperte.

Come spesso succede attacco a fare conversazione. Parlo con K., un ragazzo dell’Angola. Proprio in quei giorni sto scrivendo un saggio sul Botswana per l’università, dunque sono particolarmente interessato a storie e questioni riguardanti l’Africa sub-sahariana. Ci mettiamo a conversare. Mi spiega che parla portoghese per via del passato coloniale della sua nazione. Mi racconta in breve come la sua storia sia intrecciata con quella dell’Angola. E che vive a Parigi da tanto, dopo esservi immigrato una ventina d’anni prima. La guerra civile che seguì all’indipendenza ottenuta nel 1975 ha, a suo dire, reso invivibile un paese già complesso. Le risorse naturali e minerarie del paese sono molte ma mancano le infrastrutture per lasciare che esse siano gestite dagli angolani invece che da potenti multinazionali. La povertà e il tasso di mortalità sono alti e la ricchezza è nelle mani di pochi. Queste, e qualche conoscenza in Francia, le ragioni che lo hanno portato all’estero. Non gli chiedo come sia stato il viaggio che lo ha portato in Francia, non mi sembra il caso. Mi dice che è sposato e che ha dei figli. Quando la confidenza aumenta mi spingo un po’ più in là e chiedo cosa ne pensa del livello di integrazione a Parigi.

La domanda mi viene naturale. Non pensando che si possa definire la società italiana come multietnica, mi chiedo cosa un extracomunitario pensi di una città che, a mio dire, lo è. La situazione sfugge di mano. Non so bene cosa sono andato a risvegliare in K. I suoi occhi trasmettono rabbia, mi fissa. Pensa. Prende fiato e con un filo di voce mi dice ‘Non c’è integrazione. Ero un Negro quando sono partito e sono ancora un Negro venti anni dopo. Sei soddisfatto della mia risposta Bianco fottuto?’. La situazione si fa tesa, un ragazzo marocchino capisce, calma K. e lo tiene a distanza. Una fermata prima di scendere l’angolano si scusa e, per farsi perdonare, mi invita a conoscere la sua famiglia. Rispondo che non c’è problema ma che sarà per un'altra volta. ‘Adieu K. C’était un plaisir de te connaitre’. Mentre pronuncio quelle parole mi rendo conto che sono strano.

Scendo dall’autobus e rifletto, mentre cammino verso casa. Accendo una sigaretta e la prima boccata mi risveglia in gola il sapore del whisky che mi ha reso così loquace. Capisco solo dopo un po’. Sono ferito. In passato sono stato chiamato ‘italiano’ o ‘forestiero’ con un’accezione offensiva, ma non aveva fatto così male. Era la prima volta che venivo discriminato per un motivo per cui non vi possono certo essere colpe, il colore della mia pelle. E’ questo che mi ha tremendamente ferito. Guardo il cielo, vi sono un sacco di colori lassù, specie ora che un’alba arancione si è tuffata nella notte, scacciandola. A volte il cielo di Parigi mi fa credere che Dio esista. Guardo ancora tutti quei colori e un sorriso triste mi appare sul viso. Mi continuo a ripetere che il razzismo non esiste e che i confini di questo sono delineati dall’ignoranza e dalla paura. Che esista o meno, ora so che fa veramente male.

Aaah! Cazzo!’, è un dolore acuto anche quello che mi risveglia dal mio sogno ad occhi aperti riportandomi in cucina: mi son versato il caffè sulla mano… Che anche questa giornata abbia inizio.

Film consigliato ‘La haine’ (L’Odio) o canzone a tema ‘La Rage’ di Keny Arkana, a voi la scelta.

IT

giovedì 7 novembre 2013

¡NO PASARáN! - The Heartbreaks

                               


Dal loro esordio discografico passa solo un anno, ed agli albori del 2014 tornano The Heartbreaks con un nuovo, bellissimo singolo.
No Pasaran!” ; non si può passare oltre la spessa cortina dell’arrangiamento prodotto da Dave Heringa (Manic Street Preachers): si respira aria calda e polvere  da sparo in una canzone presumibilmente d’amore, ma che attinge agli slogan della guerra civile spagnola (e degli antifascisti britannici) per dichiararsi.
Archi trionfali su un ritmo da epica cavalcata western, mentre le chitarre di Ryan Wallace brillano e si mischiano con i cori e le esultanze del quartetto di Morecambe.
I fiati scintillanti, l’organo, le chitarre tirate, il cantato - prima caldo e poi disperato di Matthew Whitehouse - creano la giusta atmosfera.
C’è Morricone, c’è una guitar band, ci sono gli Smiths, Echo and the Bunnymen e i Beatles.  Ci sono The Heartbreaks.

Se questo singolo racchiude il valore dell’album che ne seguirà (anch’esso prodotto da Heringa),avremo sicuramente una perla da ascoltare per tutto l’inverno….

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