giovedì 14 novembre 2013

COLD WIND - Arcade Fire

                                                             


Beh, cosa dire degli Arcade Fire? Credo che ormai tutti voi conosciate perfettamente il gruppo che, con i primi due album (Funeral del 2004 e Neon Bible del 2007), è arrivato ad essere probabilmente il massimo esponente della nuova ondata di indie rock proveniente dalla new wave degli anni 80. Ma i sette canadesi hanno qualcosa di nascosto da far scoprire, al di fuori degli album, e Cold Wind fa parte di quel qualcosa. Cold Wind è un piccolo fuori programma,  un fuori programma straordinario, direi essenziale nell'ascolto della loro discografia. E' una di quelle tracce che, una volta concluse, fa venire la voglia di mettere repeat, assorbendoci nel suo vento freddo. Inoltre, da sottolineare lo scopo della canzone: fare da colonna sonora per il telefilm capolavoro Six Feet Under. Quindi due consigli in uno: guardatevi Six Feet Under, cullati dalle note di questa straordinaria canzone.

Mi.Di

martedì 12 novembre 2013

LE STELLE


Le stelle erano sempre lì a guardarlo e lui non disdegnava quegli sguardi indiscreti, anzi, sembrava apprezzarli, li ricambiava fumando la sua quinta sigaretta affacciato alla terrazza.
Il fumo si alzava verso il cielo disperdendosi fra il mare dei suoi pensieri, amava guardare le stelle, amava il sapore del tabacco e sopratutto amava pensare davanti a quegli sguardi silenziosi che lo scrutavano dall'alto.
“Ah, le stelle!!! Se fossero tutti come le stelle...Chissà come sarebbe un mondo fatto di stelle?” si ripeteva di tanto in tanto.
Il suo divagare era una vera e propria fissazione, si perdeva nei meandri della mente di continuo, sognava vite impossibili dove amava donne esotiche rincorso da boia che volevano decapitarlo, sognava di essere il primo uomo sulla luna, sognava di correre una maratona devastante, sognava, sognava e sogn...
Aveva una fantasia che avrebbe fatto invidia ai migliori scrittori, poeti, cantautori, ma lui le storie voleva viverle non raccontarle, fremeva percorso da una smodata voglia di avventura, di gettarsi a capofitto in mille peripezie, con la sua edizione tascabile del Candido di Voltaire sempre stretta al petto.
“Ah, quante avventure ha vissuto Candido grazie al suo autore”.
Anche lui avrebbe voluto gettarsi nella mischia della vita, sporcarsi di fango il lembo della giacca, rotolare da un paese all'altro ma l'unica cosa che movimentava la sue giornate erano le divagazioni davanti alle timide stelle. Un'ora al giorno passata in compagnia di quelle amiche fidate a cui poteva confidare tutto, luccicanti di bellezza, una bellezza che per lui ormai il mondo aveva perso.
“Se fossero tutti come le stelle!”.
Si accese la sesta sigaretta e guardò il fumo scivolare via sopra la sua testa, involarsi verso quelle stelle che tanto amava, anzi, improvvisamente fu quasi dispiaciuto che quel fumo nocivo avrebbe prima o poi raggiunto le sue compagne celesti.
Pensava che sarebbe stato davvero bello poter essere sincero anche con i suoi amici, ma loro non lo capivano, lo denigravano, dicevano che era un po' lunatico, che si perdeva in discorsi senza senso, che parlava sempre di viaggi avventurosi, di sentieri selvaggi, del giro del mondo in ottanta secondi, delle principesse esotiche, di essere stato al polo nord.
Nessuno gli credeva, ma lui li guardava sempre disincantato, quasi fosse lui l'incredulo davanti a tanta ostinazione; sapeva di essere stato in tutti quei posti, era sicuro di aver vissuto tutti quei viaggi, ma nessuno gli credeva. Tutti gli davano del bugiardo, lo insultavano dicendogli che non aveva coraggio, il coraggio di affrontare la realtà, la società, mamma e papà, ma lui continuava a non capire; non capiva come mai tutte le signore fossero sempre così buone con lui, sorridenti, accondiscendenti, con caramelle sempre pronte nel taschino.
Lui le ringraziava e non capiva, non capiva come mai gli riservassero tutta quella gentilezza: i ragazzi lo odiavano e le signore di una certa età lo amavano.
Non capiva, non capiva e non capiva.
Doveva capire perché piacesse così tanto a quelle vecchie signore, era quello il trucco, non appena svelato lo avrebbe potuto usare con i suoi coetanei, integrarsi, vivere quelle avventure che tanto fantasticava al fianco di schiere di amici.
Si scervellò molto davanti alle stelle cercando di capire il trucco misterioso.
“Tutto questo è un trucco, perfino la vita...solo le stelle non lo so. Eppure ci dev'essere il trucco”.
“Marco come va stasera? Stai un po' meglio? Prendi le medicine che ancora non hai preso” disse una delle tante signore in camice che gli voleva tanto bene.
“Grazie. Voi siete tanto buone con me. Grazie per tutte queste caramelle. Mi piacciono tanto. Ma il trucco dov'è?” chiese Marco ripensando alle stelle.

Elle Bi

lunedì 11 novembre 2013

GIOVENTù BRUCIATA - NIcholas Ray


Jimmy Dean, Jimmy Dean” così si intitola una pellicola uscita ventisette anni dopo la prematura morte del divo statunitense firmata da Robert Altman. E se un regista del calibro di Altman ha deciso di dedicare un suo film al culto quasi divinatorio che ha preso corpo dopo la scomparsa dell'attore... forse un valido motivo ci sarà.
James Dean compare sul grande schermo agli inizi degli anni Cinquanta, in piccoli ruoli di poca importanza prima del suo clamoroso debutto da protagonista ne “La valle dell'Eden” per il quale riceverà una nomination all'Oscar postuma quale miglior attore nel 1955.
La cosa singolare è che i tre film da lui interpretati da protagonista (La valle dell'Eden, Gioventù bruciata, Il gigante) sono stati prodotti tutti in poco più di un anno solare; questo, a dimostrare quanto lo star system puntasse sull'ancora sconosciuto Dean, la cui bravura, a parere di alcuni, è stata ingigantita dalla sua precoce morte.
Nonostante questi giudizi, nessuno può mettere in dubbio che James Dean sia stato un ottimo attore; la sua recitazione non è mai scontata in nessuno dei suoi film, ogni smorfia di dolore, ogni sorriso, ogni risata non è mai superflua.
Dopo l'esordio col maestro Elia Kazan, Dean dimostra di avere imparato molto sul set del suo primo film guadagnandosi di diritto il ruolo di protagonista in “Gioventù bruciata (Rebel without a cause)” di Nicholas Ray, altro grande del cinema.
Come recita il titolo originale, i ragazzi presenti nel film sono ribelli senza causa, combattono per affermare loro stessi, come individui, come uomini a cavallo tra l'adolescenza e la maturità, quella maturità che spaventa, a differenza dei giorni passati a scorrazzare per le strade o a schiacciare il piede sull'acceleratore per far schizzare una macchina giù da un dirupo.
Nelle prime scene le tre stelle del film si incontrano in una caserma. Jim Stark (James Dean) portato dentro per ubriachezza inscena una farsa tragicomica degna del suo grande talento, Judy (Natalie Wood), è fuggita di casa perché suo padre l'ha trattata male; infine il giovanissimo John (Sal Mineo) che vive con una governante di colore abbandonato dai genitori.
Jim li osserva, si muove inquieto ed offre la giacca a John con fare quasi paterno.
Quando i genitori di Jim arrivano al commissariato, lui, nonostante la grossa sbronza, cerca un dialogo con loro, ma si accorge che, come sempre, la distanza è incolmabile. Proprio per questo, l'unico che sembra capirlo è l'agente di polizia con il quale si confida in privato.
Il soprannome di John (Platone) indica un sentimento bloccato in partenza, un amore platonico per quel Jim che potrebbe incarnare la figura del padre che lo ha abbandonato, quel Jim che guarda con occhi di profonda ammirazione.
Natalie sembra apparire la classica sciocchina che corre dietro al capogruppo di turno, il violento Buzz che le ricorda il padre, anch'egli violento, verso il quale prova un sentimento morboso, ma poi capirà che Jim è quello giusto, quel ragazzo dolce e arrabbiato di cui ha bisogno.
Gioventù bruciata è lo spaccato di una generazione che sente la distanza dai propri padri (qui resi caricaturali all'inverosimile proprio per far capire l'incomunicabilità generazionale), il loro fiato sul collo, una generazione che arde di rabbia, distruggendo spesso quello che tocca; per questo il film ha un tono da tragedia greca, sembra sempre che stia per succedere l'inevitabile, la quiete prima della tempesta, quella tempesta che porterà ad un tragico epilogo.
Dean morì a ventiquattro anni in un incidente stradale, Sal Mineo fu assassinato a trentaquattro e Natalie Wood morì annegata a quarantatre; tutti morti prematuramente quasi come se aver girato Gioventù bruciata, aver segnato gli adolescenti di una generazione, essere riusciti a rimanere impressi nell'immaginario collettivo fosse stata una colpa, una condanna anzitempo. Quindi il consiglio è di guardare la versione originale di questo cult, seguendo le vicende di questi ragazzi che bruciano, bruciano proprio come noi.

Elle Bi

sabato 9 novembre 2013

RETICOLATO - Matilde Spinelli



Nuova fotografia (anch'essa presente nella mostra “Destrutturazione del soggetto”) della nostra fedelissima Matilde Spinelli.
Siamo a Parigi, la Defense, un luogo senza tempo o meglio dove il tempo sembra essersi fermato.
Un ambiente futuristico con palazzi enormi, vetri che rispecchiano la freddezza del progresso quasi a fare da contraltare alla bellezza ottocentesca di una delle città più magiche al mondo.
La fotografa ci indica la strada, ci mostra una perfezione geometrica delle linee che può essere tale solamente all'interno di uno scatto, di un click senza tempo proprio come quel luogo metafisico, piatto, magnetico e ipnotico...quindi il consiglio è di abbandonare tutte le convenzioni, i canoni prestabiliti dell'arte e lasciarci ipnotizzare da questo reticolato, da questa ragnatela di emozioni che ti assalgono come il ragno assale la preda.

Elle Bi

venerdì 8 novembre 2013

LA HAINE


Come ogni mattina faccio colazione mentre scorro annoiato i titoli del quotidiano online. Quando sto per chiudere la pagina e servirmi il caffè ormai pronto sul fuoco, una notizia cattura la mia attenzione. ‘Una squadra di terza categoria è scesa in campo con la faccia pitturata di nero. Il gesto è stato fatto per esprimere solidarietà ad un compagno di squadra di origini togolesi che, in seguito ad insulti discriminatori, aveva reagito guadagnandosi un cartellino rosso.’ Tra le tante voci che urlano al razzismo italiano, una notizia in controtendenza. Un ghigno si disegna sul mio volto e, senza nemmeno realizzare, volo con la mente da tutta un’altra parte.

Sono a Parigi. Il tempo incerto e le tinte scure dipingono la città con toni più boéhmien del solito. Siamo in un cafe, dietro al Pompidou. Qualche birra e molte sigarette. Fiumi di parole e discussioni intense, intervallate dal classico ‘Hey, guarda quella tipa!’. Alla chiusura del cafe non è ancora ora di andare a letto. Compriamo un whisky ad una ‘alimentation general’ e continuiamo a ingannare il tempo con i nostri discorsi, bagnati ora dal malto d’oro dell’alcolico. Finisce anche il whisky e arriva il momento delle grandi decisioni. Continuare la serata o rincasare? La procedura è standard. Da copione. Apri il portafogli, fai il check delle finanze e applichi la regola: ’sopra trenta euro si sta fuori, al di sotto è ora di rientrare’. E’ così che io e i ragazzi ci dividiamo, loro hanno più cash (o applicano la regola con una soglia più bassa), è giusto che facciano mattina inseguendo qualche fanciulla o, più poeticamente, i loro sogni. Osservo così le loro sagome sciogliersi nella nebbia mentre mi riparo sotto la pensilina dei bus notturni. Sono a Chatelet, snodo importante al cuore della città, in attesa del bus che mi porti dritto sotto le coperte.

Come spesso succede attacco a fare conversazione. Parlo con K., un ragazzo dell’Angola. Proprio in quei giorni sto scrivendo un saggio sul Botswana per l’università, dunque sono particolarmente interessato a storie e questioni riguardanti l’Africa sub-sahariana. Ci mettiamo a conversare. Mi spiega che parla portoghese per via del passato coloniale della sua nazione. Mi racconta in breve come la sua storia sia intrecciata con quella dell’Angola. E che vive a Parigi da tanto, dopo esservi immigrato una ventina d’anni prima. La guerra civile che seguì all’indipendenza ottenuta nel 1975 ha, a suo dire, reso invivibile un paese già complesso. Le risorse naturali e minerarie del paese sono molte ma mancano le infrastrutture per lasciare che esse siano gestite dagli angolani invece che da potenti multinazionali. La povertà e il tasso di mortalità sono alti e la ricchezza è nelle mani di pochi. Queste, e qualche conoscenza in Francia, le ragioni che lo hanno portato all’estero. Non gli chiedo come sia stato il viaggio che lo ha portato in Francia, non mi sembra il caso. Mi dice che è sposato e che ha dei figli. Quando la confidenza aumenta mi spingo un po’ più in là e chiedo cosa ne pensa del livello di integrazione a Parigi.

La domanda mi viene naturale. Non pensando che si possa definire la società italiana come multietnica, mi chiedo cosa un extracomunitario pensi di una città che, a mio dire, lo è. La situazione sfugge di mano. Non so bene cosa sono andato a risvegliare in K. I suoi occhi trasmettono rabbia, mi fissa. Pensa. Prende fiato e con un filo di voce mi dice ‘Non c’è integrazione. Ero un Negro quando sono partito e sono ancora un Negro venti anni dopo. Sei soddisfatto della mia risposta Bianco fottuto?’. La situazione si fa tesa, un ragazzo marocchino capisce, calma K. e lo tiene a distanza. Una fermata prima di scendere l’angolano si scusa e, per farsi perdonare, mi invita a conoscere la sua famiglia. Rispondo che non c’è problema ma che sarà per un'altra volta. ‘Adieu K. C’était un plaisir de te connaitre’. Mentre pronuncio quelle parole mi rendo conto che sono strano.

Scendo dall’autobus e rifletto, mentre cammino verso casa. Accendo una sigaretta e la prima boccata mi risveglia in gola il sapore del whisky che mi ha reso così loquace. Capisco solo dopo un po’. Sono ferito. In passato sono stato chiamato ‘italiano’ o ‘forestiero’ con un’accezione offensiva, ma non aveva fatto così male. Era la prima volta che venivo discriminato per un motivo per cui non vi possono certo essere colpe, il colore della mia pelle. E’ questo che mi ha tremendamente ferito. Guardo il cielo, vi sono un sacco di colori lassù, specie ora che un’alba arancione si è tuffata nella notte, scacciandola. A volte il cielo di Parigi mi fa credere che Dio esista. Guardo ancora tutti quei colori e un sorriso triste mi appare sul viso. Mi continuo a ripetere che il razzismo non esiste e che i confini di questo sono delineati dall’ignoranza e dalla paura. Che esista o meno, ora so che fa veramente male.

Aaah! Cazzo!’, è un dolore acuto anche quello che mi risveglia dal mio sogno ad occhi aperti riportandomi in cucina: mi son versato il caffè sulla mano… Che anche questa giornata abbia inizio.

Film consigliato ‘La haine’ (L’Odio) o canzone a tema ‘La Rage’ di Keny Arkana, a voi la scelta.

IT

giovedì 7 novembre 2013

¡NO PASARáN! - The Heartbreaks

                               


Dal loro esordio discografico passa solo un anno, ed agli albori del 2014 tornano The Heartbreaks con un nuovo, bellissimo singolo.
No Pasaran!” ; non si può passare oltre la spessa cortina dell’arrangiamento prodotto da Dave Heringa (Manic Street Preachers): si respira aria calda e polvere  da sparo in una canzone presumibilmente d’amore, ma che attinge agli slogan della guerra civile spagnola (e degli antifascisti britannici) per dichiararsi.
Archi trionfali su un ritmo da epica cavalcata western, mentre le chitarre di Ryan Wallace brillano e si mischiano con i cori e le esultanze del quartetto di Morecambe.
I fiati scintillanti, l’organo, le chitarre tirate, il cantato - prima caldo e poi disperato di Matthew Whitehouse - creano la giusta atmosfera.
C’è Morricone, c’è una guitar band, ci sono gli Smiths, Echo and the Bunnymen e i Beatles.  Ci sono The Heartbreaks.

Se questo singolo racchiude il valore dell’album che ne seguirà (anch’esso prodotto da Heringa),avremo sicuramente una perla da ascoltare per tutto l’inverno….

Radio

martedì 5 novembre 2013

IL SUPEREROE


Se avevo smesso, un motivo ci doveva pur essere. Ne parlavo con S. qualche giorno prima, al bar. Cominciò tutto da lì.
“Ti ricordi com'eri in forma quando facevi il supereroe? Tonico, scattante, pronto all'azione.”
“Lo so, lo so.”
“Avevi anche più capelli...e non ti si era ancora abbassata la vista.”
“Ti ho detto che lo so.”
Sorseggiava il suo caffè. Io mi guardavo dentro lo specchio che sta dietro il bancone, assuefatto da qualcosa di oscuro che non riuscivo a definire.
“Perché mollasti?”
“Non me lo ricordo. Forse non mi entrava più il costume.”
“È un peccato”.
“La vita è così.”
Il giorno dopo, a cena, mi fermai un secondo a guardare la mia famiglia che mangiava. Mia moglie che imboccava il piccolo, gli altri due ragazzi col luccichio della televisione negli occhi. Era una sera come tante altre, tutti con la stanchezza della giornata addosso, e io più tutti. L'unico che sembrava divertirsi come un matto era Mirko, il piccoletto, che all'epoca aveva appena sei mesi. Avevamo l'abitudine di mangiare con la televisione accesa, per coprire il rimbrottare dei pensieri. Il riflesso dello schermo sul pavimento dava una sensazione di caldo; buttai giù il boccone.
Il telegiornale parlava di scioperi, manifestazioni e lotte sindacali. C'era anche un corteo di supereroi a manifestare, con striscioni e fischietti: erano quelli del sindacato, qualcuno di loro lo conoscevo anch'io. Mia moglie, continuando a imboccare Mirko, si voltò verso di me eseguendo una mezza torsione del busto e mi chiese, preoccupata:
“E il tuo vitalizio? Ti leveranno il vitalizio?”
“Non credo, comunque boh. Vedremo.”
Ruttai sommessamente. In realtà Nicla, questo il nome di mia moglie, mi aveva dato un pensiero. Alludeva alla somma di denaro che lo Stato si era offerto di elargirmi mensilmente, vita natural durante, in virtù delle mie vecchie gesta da supereroe.
Quella sera, a letto, Nicla era inquieta. Continuava ad aprire e chiudere un libro che stava leggendo, si voltava verso di me, tornava a guardare il libro.
“Certo che ne è passato di tempo da quando facevi il supereroe.”
“Dieci anni.” Commentai senza alzare gli occhi dalle parole crociate.
“Com'eri bello. Non dico per via del costume, quello tutto sommato era abbastanza ridicolo. C'era qualcosa che ti distingueva dagli altri.”
“Cosa?”
“Una luce...”
Aspettai che Nicla si addormentasse e mi misi a riflettere nella penombra. Era quella penombra blu cobalto che conoscevo molto bene per via delle levatacce da supereroe. Le parole di S., quelle di mia moglie, i ragazzi ipnotizzati dalla tv che trasmetteva cortei, Mirko che rideva e lanciava via il cucchiaio: tutto cominciò a turbinarmi nella testa e sentii una puntina acuminata trafiggermi in profondità, nell'animo. Sospirai e sgusciai fuori dal letto. In punta di piedi raggiunsi l'armadio, aprii lo scomparto segreto e tirai fuori il vecchio costume. Non potevo cambiarmi lì, avrei finito per svegliare Nicla, così mi spostai in bagno.
C'era ancora tutto. La maschera senza lineamenti, il cinturone con gli attrezzi del mestiere, il mantello rosso, la tuta di lycra gialla con sul petto il mio simbolo: un cartello stradale di divieto con un cervello che vi rimbalzava contro. Rimasi per un bel po' a tastare la consistenza degli indumenti, ripensando alla gloria del passato. Poi scattai in piedi, mi spogliai e cominciai a infilarmi nel costume. Non fu facile. Quando ebbi finito abbassai gli occhi e potei constatare che una tondeggiante superficie lunare si era sostituita agli addominali scolpiti che ai tempi mi ero costruito con tanta fatica. Il cartello era tutto deformato, il cervello sembrava quasi avere delle difficoltà a rimbalzarci sopra, si perdeva in una piega, come se seguisse una traiettoria diversa. Un'altra puntina acuminata, stavolta di rimorso: un conto è ingrassare dentro certe maschere, un conto dentro altre.
Comunque sia, ci stavo. Ero di nuovo io: il Senzanome. Uscii in strada cercando di dare ai miei movimenti un'aria atletica. La zona era tranquilla e procedevo a grandi salti librandomi nella notte suburbana, sfiorando gli insettini raccolti in un groviglio attorno ai lampioni. Poi tornavo giù sentendo il fresco della picchiata, toccavo il cemento e ricominciavo. La sensazione più bella del mondo, ma non mi lasciai prendere troppo dalla foga. Pensai subito all'avventatezza del mio gesto: qualsiasi altro ex supereroe, compresi quelli che avevo visto a manifestare in tv, mi avrebbero preso per pazzo. Rientrare in scena dopo dieci anni, di punto in bianco, senza contatti nella malavita cittadina o nell'underground dei tossici, potendo contare solo su qualche aggancio con la polizia, è da incoscienti. La malavita in dieci anni cambia molto, e gli sbirri che ti davano una mano all'epoca magari adesso si sono imbolsiti e hanno perso d'autorevolezza. Perdipiù, in tanti si sarebbero chiesti il perché di un mio ritorno sulle scene, e si sarebbero senz'altro aspettati una motivazione forte, tipo che 'guardando il telegiornale ero stato toccato nel profondo da qualche ingiustizia'. Il mio ritiro di dieci anni prima, infatti, era stata una faccenda seria. Anche se al bar, parlando con S., avevo fatto il vago, in realtà c'era un motivo preciso che mi aveva spinto a smettere: Davide, il mio secondogenito. Quando nacque, promisi a Nicla e a Beatrice, la maggiore dei tre, che non avrei più vissuto di adrenalina, cazzotti e inseguimenti. Perdipiù la stampa cavalcò la notizia gonfiandola con titoli tipo: 'Il vecchio supereroe che lascia spazio alle nuove generazioni' oppure 'Senzanome si ritira: esempio di ricambio generazionale nel mondo dei supereroi'. Chissà come l'avrebbero presa. Preferii non pensarci e lasciarmi accarezzare dall'adrenalina. Presto sarebbero arrivati i guai.
Infatti, in una tenebrosa traversa di via Baccio da Montelupo, incappai in due delinquenti che stavano cercando di violentare una donna, mentre quello che presumibilmente doveva essere il suo compagno, se ne stava k.o. ai piedi di un reticolato, simile a un mucchio di stracci. Adottai la mia solita tecnica. Mi piazzai in mezzo alla strada, gambe divaricate, mantello svolazzante, le mani sui fianchi. Cominciai a fischiettare un motivetto ridicolo. Nell'arco di cinque secondi i due delinquenti si accorsero della mia presenza e cominciarono a surriscaldarsi. Si voltarono nella mia direzione insultandomi col classico gergo da strada. La donna era ancora prigioniera di uno dei due, ma l'altro veniva verso di me con aria minacciosa, la testa bassa, il mento incassato. Lasciai che si avvicinasse, e quando si trovò alla distanza giusta sfoderai dal cinturone la grossa chiave inglese e gliela sferrai sullo sterno. Si piegò sulle ginocchia, senza fiato. A questo punto lo misi fuori gioco con un potentissimo destro alla mascella e guardai l'altro. Questo, vedendomi avanzare sicuro, lasciò la donna e scappò nella notte. Legai il delinquente alla rete coi laccetti di plastica e mi assicurai che le due vittime stessero bene. L'uomo era solo stordito e si rianimò con facilità. Tirai fuori il cellulare e chiamai il 112. Mentre mi allontanavo nella notte, però, sentii l'uomo dire commosso:
“Hai visto chi era? Era Senzanome... è tornato.”
Mi avevano riconosciuto. Porcaputtana, pensai, e mi diressi a grandi salti verso casa. D'altronde era una cosa inevitabile.
La mattina dopo mi svegliai con un senso di appagamento che non provavo da tempo. Le gambe mi dolevano un po' per via di tutti quei salti, le nocche della mano destra erano leggermente contuse, ma l'animo gozzovigliava nell'autostima. Mi stiracchiai e andai in cucina. Nicla era già andata a portare i ragazzi a scuola e mi aveva lasciato il caffè e il pane tostato. Bevvi il caffè tiepido e accesi la televisione in cerca del telegiornale mattutino. Come fa presto un uomo a cadere vittima dell'orgoglio...
Ma, nonostante le mie aspettative, nessuno parlava di me. Apertura della Borsa di Milano, incidenti, giochi di politica. Non me la presi e andai in ufficio.
Mentre sbrigavo le mie pratiche andando quasi in automatico, pensai che forse quella poteva essere una benedizione. Se la notizia non si era diffusa, avrei potuto sotterrare l'episodio, riprendere la mia vita di impiegato, e considerarlo una specie di omaggio ai vecchi tempi, una cosa fatta tanto per rivivere il brivido della lotta contro le forze del male. Sì, l'orgoglio della mattina mi aveva fatto perdere di vista la realtà dei fatti: ero un supereroe ritirato, un supereroe che aveva fatto una promessa.
In pausa pranzo guardai sul pc altri notiziari. C'era l'intervista al capo del sindacato dei supereroi, il Giustiziere Elettricista, che sbraitava nel microfono cose sul diritto al vitalizio per la nostra categoria. Era roba del giorno prima e non mi ci soffermai troppo, anche se riguardava anche me in prima persona. Andai agli articoli di cronaca locale: cani abbandonati, cani ritrovati, furti in appartamenti, vandalismo... eccolo! Lessi: 'Tentato stupro in via Baccio da Montelupo: donna salvata da misterioso soccorritore'. Finché restavo misterioso, andava benissimo. Purtroppo, però, alla fine dell'intervista, il compagno della donna affermava di aver riconosciuto nel soccorritore la fisionomia di Senzanome. “La polizia però non vuole credermi, perché ho ricevuto un colpo da k.o.”. Finalmente la polizia fa qualcosa di intelligente, pensai. C'era ancora speranza di restare nell'ombra.
Uscito da lavoro, andai a fare un giro nel parco. Ero a dir poco irrequieto, mi sentivo tirare in direzioni differenti senza capire quale dovessi assecondare. Guardai le papere nuotare nel laghetto; sembravano immobili ma sotto la superficie le zampe si muovevano velocissime. Tornai a casa determinato a sotterrare quella storia e a non tirare mai più fuori il costume di Senzanome.
A cena i miei familiari erano stanchi come al solito, le loro teste appesantite se ne stavano curve sul piatto. Io sorridevo a tutti mentre grattavo il formaggio, avvolgevo gli spaghetti, passavo loro la bottiglia d'acqua. Avevo le endorfine a mille. Ogni tanto riuscivo a far sbocciare sulla bocca dei ragazzi un sorrisetto, e di questo mi accontentavo. Nicla era seria ma non seriosa – del resto stava imboccando Mirko – e non sembrava ostile nei miei confronti per nessun motivo recondito.
All'improvviso, però, la tragedia. Il telegiornale cominciò di punto in bianco ad emettere suoni interessanti, e le orecchie dei miei familiari (e mie) a ricevere questi suoni e a trasmetterli ai centri nervosi del cervello. Le nostre facce si indirizzarono tutte verso lo schermo e le nostre posate rimasero sospese a mezz'aria. Mentre scorrevano immagini di repertorio di via Baccio da Montelupo, la voce di donna della cronista diceva: “Il misterioso soccorritore che ha salvato ieri notte una donna da un tentativo di stupro, ha già un'identità. Il compagno della donna, anch'egli vittima dell'aggressione, aveva suggerito alla polizia che potesse trattarsi di Senzanome, noto supereroe di provincia famoso per aver sgominato la banda della lavatrice negli anni Novanta, ma gli agenti hanno attribuito la cosa alla violenta commozione cerebrale riscontrata dall'uomo. Oggi pomeriggio, però, la prova schiacciante: un inquilino di via Baccio da Montelupo, insospettito dal rumore, si è affacciato alla finestra e, vedendo il supereroe, ha sfoderato il cellulare e ha girato un video che ritrae la rissa fra Senzanome e i due aggressori. Vediamo.”
Guardai le facce dei miei familiari che guardavano lo schermo. Nicla si girò e mi rivolse uno sguardo carico di risentimento. Beatrice scosse la testa e infilzò un pezzo di carne con la forchetta. Mirko e Davide, invece, non capirono niente di quanto stava succedendo. Abbassai gli occhi e mi coprii la faccia con le mani.
Passai la notte in macchina, ad ascoltare programmi radio con voci sputacchianti che parlavano di politica. Ero molto triste, ma non c'era niente da fare. Alle tre mi addormentai, sperando che quella brutta situazione potesse dissolversi al mio risveglio.
Ma quando mi svegliai trovai la macchina assediata dai giornalisti. Cercai di fare mente locale e di capire cosa stesse succedendo. Non venivo preso d'assedio in questo modo dai tempi della banda della lavatrice, quando passavo tutte le notti in macchina pronto all'azione. Socchiusi il finestrino e cercai di farmi valere.
“Dovete farmi passare.”
Le domande arrivarono come uno scroscio. Le lasciai fluire via, ma una, verso la fine della cascata verbale, mi rimase fissa nella mente:
“Perché l'ha fatto, Senzanome? L'ha fatto per paura che le togliessero il vitalizio o per dimostrare qualcosa alle nuove generazioni? È una questione di soldi o c'entra il suo amor proprio?”
Rimasi interdetto. Il giornalista, - aria strapazzata, barbetta fintamente trascurata, - mi aveva colpito nell'animo. Sentii di dover rispondere. Pensai a Nicla che guarda preoccupata il corteo dei supereroi al telegiornale, a Davide che guarda la stessa cosa senza capire niente, a Beatrice che inizia a capirci qualcosa, e a Mirko che sbatte il cucchiaio sul seggiolone e sputa il cibo. Chiusi gli occhi e presi un bel respiro, poi guardai gli occhietti del cronista dall'altra parte del finestrino e a denti stretti risposi:
“Sì, l'ho fatto per il vitalizio.” E misi in moto. I giornalisti si dispersero come piccioni.
Il pomeriggio, al bar, S. mi guardò e mi chiese se poteva offrirmi qualcosa.
“Vuoi un caffè?”
“No, offrimi qualcosa di forte.”
“Giornataccia? Allora ci vuole un whisky, che ne dici?”
“Doppio.”
Lo mandai giù senza troppa convinzione: non ero più abituato a bere. In televisione davano una partita di calcio fra squadre di circuiti esteri. I turisti seduti a bere erano tutti concentrati. S. mi guardò e sorrise sardonico, poi mi dette una pacca sulla spalla. Tirai un profondo respiro, mi alzai e uscii dal bar accompagnato dal boato della gente ai tavoli: “Goaaaaaaal!”
Mi incamminai lungo la strada mentre faceva sera.

Ernesto Meribù